lunedì 16 aprile 2018

Visita alla Casera dello Storico Ribelle...


Arriviamo a Morbegno, lasciamo il paese e ci inerpichiamo con l'auto sulla ripida e tortuosa strada che conduce in Val Gerola. Il tempo è nuvoloso, nubi minacciose ci accompagnano durante il tragitto che ci porta a Gerola Alta, meta della nostra "gita fuoriporta". Le cime delle montagne che ci circondano sono innevate, l'aria frizzante ci fa rimpiangere la temperatura del fondovalle, ma quello che ci aspetta farà scordare tutto questo: siamo finalmente pronti a entrare e visitare la famosa Casera dello Storico Ribelle!

Ma facciamo un passo indietro. Da amante della buona cucina, anni fa mi interessai alla diatriba scoppiata tra i produttori di uno dei più grandi formaggi italiani, il Bitto, tanto è vero che affrontai già l'argomento sul mio blog qualche anno fa in occasione del resoconto di un'altra gita valtellinese (http://limoscena.blogspot.it/2013/04/il-bitto-ribelle.html), e documentandomi tramite il bellissimo libro "I Ribelli del Bitto" di Michele Corti. Non volendo ripetermi e lasciando al precedente articolo linkato la breve spiegazione di ciò che successe (e prosegue ancora oggi a suon di avvocati e sentenze) alla produzione del Bitto, e da cultore delle tradizioni locali e delle loro usanze, è inutile dire da che parte mi sono schierato: I LOVE STORICO RIBELLE. Storico Ribelle che non è nient'altro che il Bitto prodotto secondo gli antichi saperi dei pastori della Val Gerola, valle deputata alla produzione di questo buonissimo formaggio. Esso è prodotto ancora sotto i calècc, tipici ripari con muretti a secco coperti da una tenda, sotto i quali viene fatto bollire il latte nella "culdera" in rame, per poi ottenere la forma di formaggio. La legge ha purtroppo imposto a questi produttori di non potersi più fregiare del nome Bitto, e quindi sono stati costretti a cambiarlo in Storico Ribelle, nome che evoca tradizione e spirito libertino, ma la verità è che essi producono il Bitto vero, quello più buono, quello la cui "ricetta" è tramandata da generazione in generazione, tanto è vero che è stato riconosciuto come Presidio Slow Food!

Bene, in questi anni ho avuto un unico problema con lo Storico Ribelle: la sua reperibilità! Difficilmente dalle nostre parti si trova, è molto più comune reperire il classico Bitto della "concorrenza". Ho quindi deciso di tagliare la testa al toro: recarmi direttamente alla fonte della produzione, ovverosia il famoso Centro dello Storico Ribelle, dove è possibile visitare la Casera (la cantina di stagionatura), effettuare degustazioni e non per ultimo, fare acquisti. Ragion per cui, con gli amici di sempre (purtroppo però parecchi causa altri impegni non sono potuti venire), abbiamo organizzato la visita al Centro di Gerola Alta.

Ok, si entra: all'ingresso una spaziosa sala con tavoli apparecchiati porta già la mente (e soprattutto il palato) all'idea di assaporare lo Storico. A sinistra vi è un piccolo ma ben fornito bancone di vendita, dove i formaggi sono disposti in bella mostra. L'accoglienza è molto cordiale, e capendo la nostra curiosità che ci ha spinto fin lì, non ci fanno perdere altro tempo: in cantina ci aspetta Paolo Ciapparelli in persona!

A sinistra Paolo Ciapparelli
Per chi non lo sapesse, egli è il vero guru e deus ex machina dello Storico. E' lui che bisogna ringraziare per aver difeso la produzione tipica di questo formaggio, a lui si deve il fatto di aver raggiunto grandi livelli qualitativi e organolettici, e sempre grazie a lui lo Storico è stato riconosciuto come Presidio Slow Food.
Una breve scala ci conduce all'ingresso del "Paradiso": forme e forme di Storico sono intorno a noi, emanando un profumo intenso, inebriante, e tra esse si staglia la figura di Paolo!
Si riconosce subito che è una persona di "montagna": schietto, orgoglioso, vero, loquace e diretto quanto basta, ci introduce nella Casera dopo un breve accenno di presentazione sulla sua figura e su come si è arrivati allo Storico Ribelle.
Ma non basta, chiaramente il protagonista è il formaggio, e quindi siamo tutti curiosi di saperne di più sulla sua produzione, cosa cui Paolo non si esime dal fare.
Prodotto esclusivamente nell'alta Val Gerola nel periodo estivo, da cui è ottenuto da latte di vacca di razza bruno alpina e da capre di razza orobica, è lavorato direttamente in alpeggio sotto i famosi "calècc". Dopo una doppia bollitura a diverse temperature, è estratta la pasta che sarà poi messa nelle fascere, dando la forma tipica tonda e schiacciata al nostro formaggio. Le forme, dal peso medio di circa 10 kg, sono poi trasportate a Gerola Alta nella cantina di stagionatura, dove può rimanere a stagionare per svariati anni.

 
Le spiegazioni di Paolo continuano...
Cantina che si divide in tre locali.
Sulla sinistra troviamo la parte dedicata alla stagionatura del formaggio denominato Latteria (trattasi dell'altro famoso formaggio valtellinese Casera, al quale non vogliono dare lo stesso nome per non avere ulteriori problemi anche su questa linea di prodotto).

Il Latteria
Nel locale centrale della Casera troviamo lo Storico destinato alla vendita alla piccola/media distribuzione, tra cui troviamo anche le forme personalizzate destinate a Peck o ad altri importanti negozi o addirittura lussuosi hotel stranieri. Poste su più ripiani grezzi ottenuti da abete (volutamente così lavorati per assorbire l'umidità del formaggio) e suddivise in base al produttore (attualmente sono 12), le forme riposano perfettamente allineate e distanziate tra loro. Ogni giorno vengono accuratamente spazzolate e ben ripulite.

Una delle forme di Peck


Uno dei produttori, Alpe Soliva...
Campanaccio appeso al soffitto...
Nell'ultimo locale della casera troviamo invece a stagionare le forme vendute con dedica personalizzata: in pratica, qualsiasi persona può acquistare una forma intera di Storico e personalizzarla graficamente a suo piacimento. E' una geniale trovata di marketing ideata da Ciapparelli. Ogni anno circa 180 forme sono vendute con questo metodo, e l'idea ha talmente riscosso successo che ora, bisogna mettersi in lista d'attesa già per il prossimo anno per potersene accaparrare una.








La culdera...
Finisce qui la nostra visita alla Casera, ma torniamo al piano superiore per la degustazione di rito. Siamo fatti accomodare a un tavolo, e nel giro di qualche minuto arrivano dei taglieri con vari assaggi: nella foto sottostante, da sinistra a destra, troviamo il Muntascin, formaggio fresco, Latteria, Storico 2017 e Storico 2016. Ad accompagnare il tutto scelgo personalmente una bottiglia di AR.PE.PE., uno dei miei produttori preferiti, e la scelta ricade su "Il Pettirosso", Nebbiolo (Chiavennasca per la precisione) in purezza, di cui ho fatto qualche mese fa una recensione che potete leggere qui.



L'allegra compagnia...
Una "pènagia" esposta in sala...
Sgabelli monopiede da mungitura appesi alle pareti...
Inutile dire che gli assaggi sono stati deliziosi, un crescendo di gusto e complessità notevoli, passando dal magro Muntascin al più compatto Latteria, arrivando allo Storico 2017, che seppur giovane denota già un gusto e olfatto ben deciso e delineato, finendo con l'annata 2016 in cui si riconosce nella sua totale grandezza questo tipo di formaggio, ritrovando solidità e pastosità, eleganza, profumo e un gusto di notevole marcatura. Chicca finale l'assaggio portato a parte di uno Storico annata 2012: siamo su un altro pianeta ancora, stupefacente, ma con una simile stagionatura si allontana dalla tipologia e caratteristiche di questo formaggio.

Con l'acquisto di qualche pezzo di Storico d'annata e di Latteria, termina la nostra visita alla Casera dello Storico Ribelle. Visita davvero molto interessante, che consigli a tutti, amanti della buona tavola e non, soprattutto perché viene valorizzata in questo luogo una tradizione che non deve essere assolutamente perduta, ma anzi fatta conoscere e portata avanti!

La degustazione ha immancabilmente aperto un languorino allo stomaco. Ma siamo stati previdenti, e seppur non sia dietro l'angolo, abbiamo prenotato un tavolo presso il ristorante "Da Nello" a Ponte in Valtellina. Conoscevo già questo ristorante perché avevo avuto occasione di pranzare durante un'uscita di lavoro, consigliato direttamente da gente del posto, è il classico ristorante alla mano, un poco datato come arredamento e locali, ma la cucina è davvero superba!
E anche questa volta le "sciure" della cucina non si sono smentite: antipasto di salumi della casa, sciatt a volontà, pizzoccheri squisiti a non finire, sorbettino al Braulio, dolcetto e amaro!
Alcune immagini del ristorante "Da Nello", noterete la mancanza di foto dei piatti a causa della mia voracità, che non mi ha fatto pensare di immortalare almeno un piatto di pizzoccheri...

Una delle arcate caratteristiche del ristorante...

Foto del ristorante appese alle pareti...

La tavolata...

Ponte in Valtellina visto dal ristorante...

La ricetta dei pizzoccheri del ristorante...

Cime innevate viste dal ristorante...
Alla fine lasciamo l'amata (soprattutto per me) Valtellina rituffandoci nel caotico traffico della pianura, ma consapevoli di aver passato una giornata stupenda in ottima compagnia, andando alla scoperta di realtà enogastronomiche di eccellenza poste sul territorio lombardo!

sabato 6 gennaio 2018

Il Pettirosso della Valtellina...

E' da molto tempo che non scrivo in maniera assidua sul mio blog... famiglia, lavoro, impegni e tante altre attività mi hanno portato negli ultimi due anni ad avere poco spazio per occuparmi di esso.

Ma come un uccello migratore, il quale ogni anno percorre migliaia di chilometri in un lungo viaggio che lo porta ad attraversare paesaggi, luoghi e climi diversi, ma che alla fine torna sempre nel luogo di nascita, ecco che anch'io ritorno a scrivere sul blog.
E voglio farlo parlando di un simpatico "volatile" che troviamo comunemente in autunno e inverno nei nostri giardini: il Pettirosso!

Ma qualcosa non torna... il Pettirosso che stavolta ho incontrato io è arrivato direttamente dalla Valtellina, e si è posato ormai da qualche anno nella mia cantina a riposare! E' forse giunto il momento di svegliarlo e riportarlo alla luce...

Spero che abbiate capito che il protagonista di questo mio articolo non è il pennuto dal petto rosso-arancio, ma uno dei vini della mia cantina valtellinese preferita, la rinomata AR.PE.PE., la quale produce un vino rosso il cui nome è proprio "Il Pettirosso" !

Il Pettirosso IGT Terrazze Retiche di Sondrio IGT
Annata 1997
Titolo alcolometrico 12,5%
Lotto 5 194
Uvaggio Nebbiolo
Produttore Cantina AR.PEP.PE. Arturo Pelizzatti Perego

Quindi il Pettirosso della mia cantina è un "semplice" Terrazze retiche. Forse non dovrei avere grandi aspettative da questa bottiglia, seppur io sia amante della Chiavennasca in tutte le sue sfaccettature. Però in questo caso il "manico" conta, e se il manico è quello della famiglia Pelizzatti Perego, si può essere certi che passando dal loro Grumello Buon Consiglio, al Sassella Vigna Regina e Rocce Rosse, dall'Inferno Fiamme Antiche fino ad arrivare al "mio" Pettirosso IGT siamo davanti in qualsiasi caso a grandi vini (ed ho tralasciato altre eccellenti loro etichette)...
Non mi resta che assaggiarlo...

Sull'etichetta posta sul retro della bottiglia si legge che nell'annata 1997 (definita eccezionale dallo stesso produttore), ne sono state prodotte 14.660 bottiglie, ottenute da grappoli selezionati e successivamente affinato per quattro anni in botti di rovere. Abbinamenti indicati sono carni rosse, selvaggina, formaggi di media e lunga stagionatura (qui un bel Bitto o Casera la farebbero da padrone)...


Un colore granato scarico con riflessi aranciati e una grande consistenza "illuminano" e rendono vivo il bicchiere, da cui sono sprigionati molteplici profumi: marasche, ciliegie sotto spirito e prugne rosse sono la parte fruttata del bouquet aromatico di questo vino, per poi immergersi in un mare di note speziate e mentolate, dove ritroviamo cannella, china, rabarbaro, pepe nero, liquirizia, tabacco affumicato, caramello e vaniglia.


In bocca è setoso, avvolgente, largo, forse non "magro" come mi aspetterei da un Nebbiolo valtellinese, proseguendo con una buona alcolicità smussata da freschezza e sapidità, con dei tannini rotondi, ben svolti, e con sentori di cioccolato e caffè che invadono e gratificano il palato.
Un vino che non smentisce la bravura del produttore e la vocazione del territorio nella produzione di grandi bottiglie... equilibrio, ottima persistenza e armonicità concludono le sensazioni gusto-olfattive di questo meraviglioso vino...

E di sicuro non poteva essere abbinato che a un grande e classico piatto della cucina di Casa Carnelli: ossobuco di vitello con funghi porcini in umido, questi ultimi bottino delle uscite autunnali dello scorso anno. Profumo, aroma e consistenza dei porcini e sono stati ottimamente equilibrati da corpo, morbidezza, tannicità e intensità del vino, le quali hanno egregiamente accompagnato anche dolcezza, succulenza e aromaticità di carne e intingolo.


Un matrimonio perfetto tra un grande vino e un grande piatto della tradizione lombarda, che si rivela uno dei migliori modi per iniziare questo nuovo anno...

domenica 8 gennaio 2017

Rossese e trippa...

Rossese e Dolceacqua, un connubio davvero fantastico: un vitigno unico e particolare prodotto in un fazzoletto di terra della Val Nervia, nel bellissimo borgo medievale di Dolceacqua, posto sulle Alpi Marittime e a ridosso del mar Ligure.

A Dolceacqua si esegue una viticultura d'altri tempi, "eroica" (simile a quella valtellinese e a quella delle Cinque Terre), con muretti a secco e terrazzamenti a strapiombo, dove la manualità e fatica dell'uomo contano ancora molto, senza passare dalle ormai moderne attrezzature che sicuramente aiutano, ma tolgono la "bucolicità" di questo lavoro...

Qui alcuni produttori traggono dal vitigno Rossese l'omonimo vino, che si pone sicuramente tra le etichette più particolari e ricercate (soprattutto dai veri appassionati) nel panorama nazionale. Tra i più conosciuti troviamo il famoso Antonio Perrino, che produce l'ottimo Testalonga, poi Ka Mancinè, Anfosso, Maccario-Dringemberg, Terre Bianche e per finire Altavia.

E su quest'ultimo produttore è ricaduta la mia scelta dopo una breve "caccia al tesoro" all'interno della mia cantina gerenzanese: il suo Rossese è stato scelto per essere abbinato a una bella "busèca" (trippa) !

Rossese Superiore di Dolceacqua DOC
Annata 2004
Titolo alcolometrico 13%
Lotto L2004
Produttore Azienda Agricola Altavia

Un color granato con riflessi aranciati attira l'attenzione nel bicchiere...ad una breve rotazione dello stesso si nota una buona consistenza, con lacrime e archetti in evidenza sulla parete.

All'olfatto note di frutta rossa "accendono" il bouquet aromatico: confettura di more, amarena, ribes prugne si aprono poi verso sentori di macchia mediterranea, per lasciare successivamente il posto a spezie come vaniglia, tabacco, note di cuoio, una leggera punta di affumicatura, e un gradevolissimo finale tendente al cioccolato fondente.

All'assaggio colpiscono l'equilibrio e l'eleganza di questo vino. Morbidezza e freschezza, con alcolicità assolutamente integrata e tannini davvero fini (che paiono quasi assenti), si legano in maniera virtuosa, rendendo la struttura davvero setosa e avvolgente. Una buona sapidità e una lunghissima persistenza alzano notevolmente i pregi della bottiglia. Forse, se davvero vogliamo trovare un piccolo neo, quest'ultima è un filo magra, ma probabilmente contribuisce alla finezza ritrovata nel bicchiere.

Un cavallo di razza questo Rossese di Altavia, gli anni li porta benissimo, a discapito dei detrattori che sostengono che questo vino non sia adatto all'invecchiamento.

Finisce gloriosamente le sue ultime "gesta" in compagnia di una bella trippa, dove non possono mancare assolutamente "fuioeu", "berèta" e "ciàpa" ! Una "busèca" senza una di queste parti dello stomaco bovino non è degna di chiamarsi tale !

Eleganza e finezza del vino, nonostante tutto, hanno discretamente retto all'ardore e rusticità della trippa: sicuramente per reggere il confronto del piatto, bisognava avere un pizzico in più di tannicità e alcolicità, mentre la tendenza dolce è stata ben contrapposta alla sapidità presente nel bicchiere.

Un abbinamento forse un poco azzardato, ma che sicuramente ha portato a degustare un vino davvero meritevole assieme ad un piatto della "mia" cara e intramontabile cucina lombarda !


Ecco la nostra bottiglia e il suo prezioso contenuto


Pochi lo sanno, ma questa è particolarità molto apprezzata dagli appassionati: il deposito del fondo in corrispondenza della curvatura della bottiglia verso il collo. Questo significa che quest'ultima è stata conservata nella maniera corretta, ovverosia in posizione orizzontale !

Sua maestà la "busèca" !
 

mercoledì 17 febbraio 2016

Tradizione e trasgressione: cazoeura e Champagne Cuvée Jacquesson 734...




Inverno strano questo, molto caldo, piogge e neve assenti, tranne che per l’acqua di questi giorni, e addirittura le gelate non sono proprio pervenute. E sono proprio quest’ultime che dettano in cucina il periodo per cucinare il piatto principe della tradizione lombarda: la cazoeura !

Infatti, questo succulento piatto lo si faceva principalmente dopo la prima gelata invernale (solitamente agli inizi di novembre), quando le verze rimanevano “imbrigliate” dal primo ghiaccio di stagione.

Come detto in precedenza, questo inverno è stato finora molto strano, ma ciò non ha tolto la mia voglia di cazoeura: è ora di mettermi ai fornelli per eseguire questa bontà culinaria !

Questa che vado a illustrarvi è la ricetta da sempre eseguita in casa Carnelli, tramandata ormai da generazioni. Poi si può discutere sulla quantità d’ingredienti, metodi e tempi di cottura, e altre cose squisitamente dipendenti dai gusti personali, ma per me così deve essere fatta ! L’unica variante che a casa mia era ammessa (anche se io ero piccolo per ricordarla), era l’aggiunta “dul pescioeu dul purcell”, rigorosamente tagliato a metà per ottenere una miglior cottura o l’utilizzo delle orecchie del maiale, se non addirittura di tutto “ul còo dul purcell”.

Le quantità indicate sono per circa sei persone.

Quattro verze prelevate direttamente dall’orto di casa, ben mondate e divise foglia per foglia. Per i più puri si può togliere “ul ciston” centrale della foglia, in quanto risulta leggermente più duro rispetto al resto della foglia dopo la cottura. Le foglie si lasciano per un giorno intero in un recipiente con acqua, in modo da ammorbidirle.

In un “padelott” bello capiente (io uso ancora quello di mia nonna Bruna), faccio un soffritto con mezza cipolla, burro e olio. Aggiungo poi cotenne (mezzo chilo o anche di più), un chilo e mezzo di costine (o eventualmente puntine), e sei “verzitt” (i “cudeghitt verd” immancabili in questo piatto).

Mi raccomando, un passaggio fondamentale è la pulizia delle cotenne, che vanno ben pelate per togliere gli immangiabili peli “dul purcell” !

Rosolo bene il tutto versando anche un bicchiere di vino bianco, con l’aggiunta di un gambo di sedano e due carote tutti ben sminuzzati. La cottura procede con un bicchiere di brodo, sale e pepe.

Dopo circa un’ora (ma consiglio sempre di verificare di persona), la carne è ben cotta, e le cotenne si sono ammorbidite. E’ il momento di aggiungere le verze. Vanno rimestate più volte con i precedenti ingredienti, e quando la verza è cotta (attenzione che non si deve disfare, deve rimanere comunque integra), la cazoeura è pronta ! Mi raccomando, non deve rimanere troppo acquosa, ma piuttosto asciutta (anche se la scarpetta finale con il pane per pulire i resti del sughetto nel piatto non deve mai mancare). Un proverbio locale dice che “la cazoeura par vess bona la dev vess sucia” ! 

La cazoeura in dal padelott du la nona Bruna
E gustarla è davvero la fine del mondo: s’inizia con il profumo intenso, penetrante, che aguzza l’appetito e aumenta la voglia di mangiarla ! La carne delle costine che si stacca dall’osso e si scioglie in bocca abbinata alla dolcezza e grassezza delle cotenne riempie il palato, i robusti verzitt regalano punte di godimento assoluto, e le verze nostrane, con il loro sapore ben accentuato e la loro morbidezza, legano tra loro tutti gli ingredienti di questo piatto generoso piatto, e che alla fine, per i più deboli, mette a dura prova la digestione ! 


Ma quale vino abbinare a questo piatto ? A ragion veduta deve essere sicuramente un vino rosso mosso lombardo, in modo da sposare l’abbinamento regionale, ma al di fuori di questo deve essere principalmente un vino che sgrassa e pulisce il palato dall’untuosità e grassezza del piatto. Per me esiste un solo vino “da cazoeura”: l’incommensurabile Barbacarlo del “sciur” Lino Maga ! Un vino ottenuto da Uva Rara, Vespolina e Croatina (a volte con l’aggiunta di una piccola percentuale di Barbera), mai uguale da annata ad annata, a volte fermo, a volte frizzante, un anno secco, quello dopo abboccato…un vino che regala emozioni diverse a ogni bottiglia assaggiata, e che tutti dovrebbero assaggiare almeno una volta nella vita !

Ma non è questo il momento di parlare del Barbacarlo, perché quest’ultima cazoeura, particolarmente ben riuscita, merita un abbinamento più trasgressivo in tutti i sensi. E così, dalla mia cantina, salta fuori un buon “champagnino”…

Champagne Cuvée N°734 Brut
Uvaggio 54% Chardonnay – 26% Pinot Meunier – 20% Pinot Nero
Sboccatura 1° trimestre 2010
Dosage 3,5 g/l
Titolo alcolometrico 12%
Lotto L734.12
Produttore Jacquesson 


Il retro etichetta della bottiglia ci regala ulteriori informazioni su questo vino: ottenuto per il 73% con uve dell’annata 2006, e con vins de réserve provenienti da Grands e Premiers Crus della Vallée de la Marne e de Côte de Blancs.


Bando alle ciance, si degusta senza perdere tempo ! Cristallino con un perlage persistente, numeroso e abbastanza fine, dal coloro deciso, un giallo dorato molto carico. 



Lievito, panettone, canditi, burro fuso, nuance d’agrumi davvero lodevole, pasticceria secca, marzapane, vaniglia, nocciola, pera, con l’aggiunta di note gessose e minerali esplodono all’olfatto.

In bocca ritroviamo le principali caratteristiche date dai tre vitigni impiegati per questa cuvée: lo Chardonnay regala finezza ed eleganza, mentre il Pinot Nero da struttura, pienezza e rotondità alla materia. La mineralità che ritroviamo anche in bocca è invece la classica caratteristica del Pinot Meunier. Al di fuori di queste elementari disquisizioni, stupisce per la grande freschezza e morbidezza presenti, che integrano ed equilibrano il tutto (forse l’ago della bilancia rimane leggermente spostato verso le durezze), con una leggera nota ammandorlata finale e una lunghissima persistenza che rende il vino dinamico, vivo, di spessore.

E tra la mia cazoeura e questo Champagne è stato amore a prima vista: mi perdonerà “ul sciur” Lino Maga per non aver abbinato il suo fantastico Barbacarlo a questo piatto, ma stavolta bisognava osare, e non me ne sono pentito…quel che ne è uscito è stato un abbinamento di alto livello fra un piatto “povero” e un vino “ricco”. Da provare e riprovare all’infinito !

domenica 24 gennaio 2016

Osso San Grato: quando il Nebbiolo è immenso anche fuori dalle Langhe…



Osso San Grato: quando il Nebbiolo è immenso anche fuori dalle Langhe…

Ho un amore viscerale per questa bottiglia, tanto è vero che nella mia cantina sono presente svariate annate da far invidia a qualsiasi collezionista. E’ un amore che parte da lontano, dalla semplicità e rigorosità dell’etichetta, dai profumi eleganti che sprigiona questo vino, fino ad arrivare a una ferrosità ed ematicità davvero singolari, una struttura rotonda e opulenta, a graffi di grafite e “scarica elettrica” che tagliano il tuo palato, rendendo struggente la beva, fino ad arrivare alla particolare zona di produzione (Gattinara), posta ai piedi dell’inizio della strada che porta nella mia amata Valsesia.

Infatti, il Nebbiolo non è solo Langhe, ma si lega anche ad altre località produttive da cui si ottengono grandi risultati: Canavese, Novarese, fino ad arrivare a una delle mie altre valli alpine preferite, la Valtellina. Qui, oltre naturalmente allo Sforzato, il Nebbiolo (chiamato Chiavennasca) raggiunge uno degli apici della sua fama attraverso le sottozone della Valtellina Superiore DOCG, che sono Inferno, Valgella, Maroggia, Grumello e Sassella (quest’ultima sicuramente una spanna superiore alle altre).

Ma torniamo alla nostra bottiglia, l’Osso San Grato: come dicevo, viene prodotto a Gattinara, cittadina del vercellese vocata alla vitivinicoltura, dove sono presenti ottimi produttori tra cui Iarietti, Travaglini, Anzivino, Nervi e Antoniolo. Quest’ultima cantina, fondata negli anni ’40 da Mario Antoniolo e rimasta di proprietà della stessa famiglia fino ai nostri giorni, rimane sicuramente, a mio personalissimo parere, l’elemento di spicco trainante della produzione enologica della zona. Oltre all’Osso San Grato, produce altri cru della DOCG Gattinara, oltre al sempre piacevole DOC Coste della Sesia.

L’annata che ho degustato ha sulle spalle una decina d’anni, è la 2006, con titolo alcolometrico pari a 14%. Sul retro etichetta si trovano riportate alcune informazioni interessanti relative all’annata: 62 quintali di uva raccolti, pari a 80 brente di vino (la brenta è una specie di gerla usata per il trasporto del vino, che equivaleva anche a un determinato valore di unità di misura). Da questi 62 quintali di vino si sono ottenute 5324 bottiglie, e la mia è la numero 375.

Rigorosamente versato in un ampio balloon, dopo aver aperto circa un’ora prima la bottiglia in modo da ossigenare il vino, arrivo a gustarmi il mio “Osso”…

Grandissima consistenza nel bicchiere e un colore aranciato davvero intrigante anticipano e accendono la fantasia delle note olfattive. Fantasia che subito si trasforma in realtà elegantissima: prugna secca, mora, rosa canina, tabacco, humus, cuoio, china, note balsamiche e terra bagnata si susseguono l’un l’altro fino a sfociare nelle caratteristiche di questo vino: una ferrosità che richiama note quasi di ruggine e un’ematicità particolare, densa, pregna…

E’ ora di berlo…tannini ancora leggermente da sgrezzare si sposano con un’ottima morbidezza alcolica, il tutto levigato da una grandezza di materia davvero impressionante. Mandorla, grafite, ancora note di ferro e leggere “scariche elettriche” (come quando da piccoli si accostava la lingua alla lama del temperino per prendere la scossa) arricchiscono inequivocabilmente la ricchezza della bottiglia. Una grande armonia e persistenza chiudono a palato e olfatto questo capolavoro di Nebbiolo in purezza.

E come ultima chicca, l’Osso è degno accompagnatore di un ricco piatto di “casonsei” bergamaschi, fatti a mano e comprati freschissimi: ecco come fare un piacevole sabato sera con famiglia e amici…


Osso San Grato 2006


Il retro etichetta...
Casonsei alla bergamasca...