lunedì 7 agosto 2023

Le grosse perturbazioni che si sono abbattute su Gerenzano da metà ‘800 in poi…

I recenti fatti delle ultime settimane, ovverosia le due tremende grandinate che si sono riversate sul nostro paese, mi hanno riportato alla mente un fatto: qualche anno fa, mentre scrivevo le storie per i rioni del Palio, venni a sapere che la cappella della Madonna Addolorata di Rho presente sulla Varesina e simbolo del rione Madunina, venne distrutta nel 1910 da un forte “ciclone”.

Iniziai quindi a fare ricerche su cosa avvenne nel 1910, cercando su giornali e libri. Accantonai poi il tutto per mancanza di tempo, ma ora sfortunatamente abbiamo vissuto anni dopo una situazione simile, ragion per cui ho deciso di completare questa piccola ricerca (nota per il lettore: notizie più dettagliate su questi fatti si potrebbero trovare negli archivi comunali e parrocchiali, ma in questo momento non mi sembra il caso di chiedere il permesso per fare tali ricerche).

Tre sono stati i grossi “cicloni” degni di nota, con tanto di articoli sui giornali dell’epoca, i quali hanno devastato Gerenzano e le zone limitrofe dal 1855 ad oggi (tralasciando chiaramente i due recenti di quest’anno, e quello del 2020): il ciclone del 9 luglio 1855, il ciclone del 23 luglio 1910, e quello minore del 22 agosto 1879.

E' curioso notare come il mese di luglio, anche negli scorsi secoli, abbia "portato" su Gerenzano "temporali estivi" di notevole intensità, facendo grossi danni. Forse luglio è un mese meteorologicamente sfortunato per il nostro paese... 

Il ciclone di lunedì 9 luglio 1855

Notizie tratte da “Il nuovo cimento”, Tomo XXV, 1867

Tre ore prima del mezzodì del giorno 9 Luglio 1855, l'Aggiunto dirigente il Commissariato di Somma, Carlo Gittardi, vedeva nubi nerastre partirsi dalle radici del monte Rosa del S. Bernardo, e conformarsi in larghi strati sempre più densi. Il termometro segnava a quell'ora circa 22°, l'aria era calma, ma il tuono cupo muggiva, e il nembo si faceva ognora più minaccioso dirigendosi verso il Lago Maggiore.

Gli abitanti di Casorate vedevano sorgere altre nubi foriere di cattivo tempo dalla parte del Ticino; e più tardi per la gente di Besnate si rendeva fosca e procellosa l'atmosfera anche dalla parte del San Gottardo, mentre a Rescaldina e Gerenzano si contavano i nuvoloni sollevati dal Resegone di Lecco.

In generale, su quasi tutta la zona, flagellata poi dalla meteora, il firmamento presentava di buon mattino una tinta sbiadita, malinconica, dipendente da quel velo pellucido che stende l'atmosfera satura di vapore, e udivasi un sordo, lontanissimo, incessante rumoreggiamento; ed uomo non era che non si sentisse infiacchiti i muscoli, e la respirazione affannosa. E come il tuono cupo si rinvigoriva senza che il lampo balenasse, così avevasi l'apparenza di una di quelle agitazioni sotterranee, che precorrono spaventevoli cataclismi.

È notevole che nei nuvoloni (tumultuosi alla loro superficie) l'occhio non distinguesse verun moto di traslazione, sicchè apparivano nello stesso luogo sull'orizzonte per molto tempo. Ma poi, rendendosi sempre più bassi, a poco a poco si avanzavano; e dopo alcuni colpi di tuono, verso le ore 11 antimeridiane, il parroco di Rescaldina (Porroni) vedeva il nembo biforcarsi, un ramo avviandosi adagio adagio verso il Ticino, e l'altro con pari lentezza dirigendosi alla volta di Bergamo, Dai due rami, sempre lontanissimi, vedeva sollevarsi una colonna di denso vapore, e gli pareva che ciascuno di essi nello stesso tempo si allungasse verso terra, formando due coni rovesci, che parevano dapprima immobili.

Battevano frattanto tre ore dopo mezzodì, quando alla parrocchia di Casorate un'enorme massa nebulosa improvvisamente intercettava i raggi solari, già prima illanguiditi, conterminandosi essa di quei bioccoli filigginosi e giallastri che d'ordinario generano gragnuola.

Quasi nello stesso tempo, il nembo formatosi dalla parte del Lago Maggiore, accompagnato da continui lampi e da forti scariche elettriche, si faceva innanzi passando per Arzago e Besnate, e si scontrava col primo, i due nembi fondendosi in un solo più ampio e terribile che ritornava sopra Casorate. È notabile che la meteora giunta su quest' altipiano, d'un tratto si arrestasse, quasi fosse rattenuta dall'azione di qualche altro nembo, formatosi nelle regioni superiori dell'atmosfera.

Avviandosi poi nel territorio di Mezzana, il doppio nembo andava a scontrarsi con quello che nelle ore più tarde del mattino erasi veduto sorgere dalla parte del S. Gottardo. In questo mentre, l'abate Bernardo Lunghi stando sul colle di S. Maurizio scorgeva da Tradate, avanzarsi a passo accelerato un'altra bufera prodotta forse da quel ramo di nembo che il parroco di Rescaldina di buon' ora aveva veduto dipartirsi dal Resegone di Lecco ed avviarsi verso il Ticino.

Queste potenze sterminatrici s'incontravano e si battevano verso l'estremità settentrionale di Cassano Magnago. Quivi altre falangi di nuvole, alcune globose, altre bitorzolate, altre sfilacciate e nerastre e giallognole e cineree si attraevano si staccavano, si ricongiungevano, incutendo terrore coi furiosi loro rigiramenti.

Consisteva dunque la meteora in una enorme congerie di nubi procellose, mantenutesi assai elevate, che si distendevano per una lunghezza di alcune miglia dal nord-ovest al sud-est, e si protraevano a grande profondità nell'atmosfera sopra una larghezza di più che un miglio. Sorvolando a Solbietto, alle ore 4 e investiva Solbiate: abbassava indi alcune nuvole che modo di tortuosi coni entravano nella valle dell'Olona dove il terreno intersecato da fossati e molti rigagnoli era reso umido e quasi paludoso, e dove molti alberi si ergevano in piena vegetazione.

Un quarto d'ora dopo, quelle nuvole tumultuose si avanzavano basse basse e in mezzo a fragorose scariche elettriche malmenavano i territori di Gorla minore, di Nizzolina, di Rescalda e di Rescaldina, ove la meteora aveva preso il carattere di uragano. A Rescaldina poi la meteora cangiava direzione per gettarsi nel Bosco delle cento pertiche.

Gli abitanti di Gerenzano già di buon mattino, erano sgomentati per il continuo e sordo rumoreggiamento e per l'aspetto minaccevole del cielo; e mentre tenevano d'occhio il nembo che veniva dal Comasco, si sentirono venire improvvisamente alle spalle quello ch'erasi già staccato dal Bosco delle cento pertiche. È singolare che a Gerenzano la meteora cominciasse a produrre i suoi effetti rovinosi prima che a Rescalda e a Rescaldina, benché questi paesi si trovassero sulla via della meteora innanzi di Gerenzano.

Nei territori di Ceriano, Solaro, e Cesate dove il terreno è piuttosto arido, la meteora infieriva col carattere piuttosto di temporale che di tromba.

Non è da tacersi che nel territorio di Nova esisteva un'ampia cascina detta dell'uccello, abitata da quattro famiglie che costituivano una popolazione di 112 individui, i quali accortisi della straordinaria agitazione atmosferica, uscivano tutti dal recinto, e tremebondi stavano osservando quegli enormi adunamenti di nuvole ora correre veloci l'une contro le altre, ora allontanarsi quasi reciprocamente respinte, ora avvolgersi sopra se stesse come fossero stimolate da azioni vorticose, lasciando tratto tratto sfolgorare di mezzo i lampi. Taluni di quei coloni solevano dire che il turbine gibillava, altri lo vedevano fare la roda, altri spingere innanzi le nuvole a cavalloni, che poi si arrestavano e si rompevano quasi andassero incontro ad una diga.

Esaminando gli effetti della meteora ho dovuto riconoscere che in alcuni punti del suo cammino aveva la forma di tromba, in altri di temporale, in più luoghi manifestava i caratteri di tromba e di uragano, e ben di frequente assumeva tutti tre i caratteri di temporale, di tromba e di uragano. La sua corsa dal territorio di Somma sino a Caravaggio, ove si perdette di vista era della lunghezza di circa 100 chilometri e della larghezza media di due chilometri e mezzo corsa operata colla velocità di circa 33 chilometri all'ora.

Nei territori di Mezzana e di Casorate la meteora cominciava a produrre i suoi effetti gettando fitta grandine mista a goccioloni d'acqua. Sopra Besnate la gragnuola facevasi grossa come mezz'uovo, però meno spessa e mista a dirottissima pioggia. In Crenna e in Cassano-Magnago, dopo un diluvio d'acqua, cadeva grandine secca a spigoli taglienti, devastando interamente quelle campagne, senza che si udissero scariche elettriche: ma un cupo rumoreggiamento continuava anche durante la pioggia.

Nella Valle d'Olona i nuvoli bitorzolati atterravano e sbarbicavano centinaia di pioppi altissimi, lasciando le vestigia di un veemente contorcimento.

Giunto a Gorla minore il turbine trasportava lungi dall'abitato molte tegole, e ravvolgendosi intorno la Chiesa scagliava in mezzo ad un'oscurità quasi notturna pezzi di gragnuola ovoidale assai acuminati, che ferivano sino al midollo le piante e riducevano a strame i gambi del frumentone.

A Rescaldina il Parroco stando sulla porta della Chiesa vedeva la tromba fumosa colla velocità di un convoglio a vapore rovesciare i cascinotti e avviarsi contro il Tempio con un fracasso assordante. Il turbine, piombatovi sopra triturava le invetriate, ne precipitava i telai e sfracellava il tetto. La torre del Commendatore Melsi rimase scoperta e l'asta del suo parafulmine spezzata e trabalzata in una vigna contigua. Al turbine succedeva la gragnuola di forma svariatissima e cresciuta di volume a paragone di quella caduta nei suindicati territori.

Dalla parte di Uboldo verso Rescaldina era sorpreso dal turbine un carro carico di manipoli di frumento con due buoi guidati da certo Landonio detto Baracca: il villico rotolava nel fosso; e per la violenza della buffa, spezzati i legaccioli del giogo, venivano gettati nel fosso i buoi e il carro col suo carico trabalzava, superando una siepe, in un campo vicino.

In Gerenzano la gragnuola, di una grandezza mai più veduta, durava dieci minuti. Ogni fusto, ogni gambo veniva spezzato e steso al suolo in tutte le direzioni: e il territorio nei primi quattro o cinque minuti erasi già fatto deserto, sicché la grandine seguitava per altrettanto tempo a colpire invano la campagna già interamente devastata. Il tristo spettacolo si compiva colla calata di buie nuvole che si stemperavano in pioggia si dirotta da riempire in quindici minuti tutti gli scoli, allagare le strade, i piani terreni delle case, e tenere gli abitanti nel timore d'affogare in quelle acque. A Saronno la grandine cadeva in pezzi grossi e con sì grande violenza da internarsi nel suolo; e a Solaro ne precipitava in sì gran copia che 24 ore dopo, col sole di luglio, esisteva ancora a mucchi, solida e di forme svariatissime. 

Notizie tratte da “Il Palmaverde”, almanacco piemontese del 1857

Poco dopo il meriggio del 9 un terribile uragano devastò le terre di Gerenzano, Limbiate, Sesto, Monza e Rivolta. La grandine rovinò i colli, il turbine divelse le tegole dei tetti, atterrò camini, schiantò alberi. All'uragano segue una foltissima nebbia che impediva di scernere gli oggetti alla distanza anche di pochi passi.

 

Il ciclone di sabato 23 luglio 1910 – questo è il ciclone che distrusse, tra le altre cose, la “Madunina” di Gerenzano

Immagine tratta dalla “Cronaca Prealpina” del 24 luglio 1910

Viene scritto che a Gerenzano la ditta Musa-Marzorati (poi De Angeli-Frua e ora Villaggio Amico), fu danneggiatissima. Essendo la "Madunina" sulla direttrice della Varesina, a circa 1 km dalla Musa-Marzorati, possiamo quindi immaginare che anche lei sia stata danneggiata, come trovato nelle ricerche che feci io a suo tempo sulla sua storia.


Immagini tratte dal “La Stampa” del 24 luglio 1910

 




Immagine tratta da “Raccolta dei mensili Touring Club Italiano” del 1910


Immagine tratta da “L’Illustrazione Italiana”, numero 31 del 31 luglio 1910

Le Officine Meccaniche di Saronno


La Tintoria Banfi a Saronno e la fornace di Solaro


Notizie tratte dal sito Meteoweb

Il disastro del 23 luglio 1910 in Lombardia

Altrettanto potente è il vortice che nel pomeriggio del 23 luglio 1910 colpisce la Lombardia centro-settentrionale, in particolare l’area a nord-ovest di Milano. Lo stesso capoluogo subisce effetti importanti: tetti scoperchiati, linea del tram interrotta, pali del telegrafo divelti, alberi abbattuti, comunicazioni difficili (un po’ quello che è successo nei giorni scorsi). Anche per quest’ultimo fattore non si percepisce subito la gravità dell’evento che devasta l’industriosa provincia brianzola, il Varesotto ed il novarese. Ad essere colpite risultano soprattutto le numerose fabbriche della zona dove migliaia di operai sono al lavoro e rimangono sepolti dalle macerie provocate dalla forza del vento. Cadono difatti molti comignoli, camini e ciminiere che crollano sui tetti dei fabbricati, travolgendoli e schiacciando coloro che si trovavano al di sotto. Particolarmente grave quanto accade nella fornace di Solaro dove si contano 17 morti tra cui pure alcuni bambini che avevano cercato riparo nell’edificio. Risultano vittime anche negli stabilimenti Tornaini, Ferrovie Nord (1 morto), Lazzaroni (produzione dei famosi amaretti), Visconti di Modrone a S. Vittore Olona, cotonificio Cantoni a Legnano, filanda Foulet Freres a Galbiate, filanda Isacco a Maglio, Crespi a Vanzaghello (8 morti). Crollano pure le ciminiere del cotonificio Ottolini a Busto Arsizio, famose per essere le più alte della regione. A Saronno si verificano danni ingenti al gasometro, all’ospedale, al cimitero ma soprattutto alla fabbrica “Costruzioni Meccaniche”, tra le più grandi della zona, ed al santuario della Madonna dei Miracoli dove accade un fatto dai più giudicato straordinario: la statua della Madonna, strappata dal suo piedistallo e sollevata dal vento, si va a conficcare nel tetto, con la sola testa che spunta dalle tegole. Tale evento viene considerato dai fedeli come presagio dell’intervento mariano che avrebbe posto fine al disastro.

In effetti il turbine si interrompe spontaneamente dopo aver percorso una sessantina di km, ma il conteggio dei danni continua. Tra Saronno e Lomazzo, da Carugo a Giussano si rilevano centinaia di case scoperchiate. Nella campagna si vedono migliaia di alberi sradicati e pali della luce o del telegrafo distrutti. Al manicomio di Mombello si contano 10 morti, sorpresi all’esterno dalla furia del vortice. 10 vittime anche a Busto Arsizio, 2 nella parrocchia di Legnanello. Numerosi i paesi interessati dal fenomeno, con danni più o meno gravi: Castano Primo, Magnago, Meda, Seregno, Turbigo, Galbiate, Calolzio, Canegrate, Cermenate, Locate. Si segnalano danni anche in Piemonte, tra Cameri e Novara e perfino a Torino. Alla fine si conta una sessantina di vittime. Risulta questa la tromba d’aria con il tributo di vite umane più alto di tutto il Novecento. Un evento spesso dimenticato ma che invece dovrebbe far riflettere sulla potenza devastante della natura contro la quale l’uomo è spesso inerme.

Notizie tratte dalla “Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia”, numero 173 del 25 luglio 1910

Ciclone in Lombardia. L'altro ieri si è abbattuto fra le 16 e le 17 sopra Milano e la regione circostante un furioso ciclone che danneggiò specialmente la città di Saronno.

La regione più colpita è quella compresa fra Saronno, Rovellasca e Lomazzo.

La violenza del vento era tale che molti alberi sono stati divelti, molti tetti sono stati abbattuti ed i raccolti sono stati danneggiati.

Si hanno anche a deplorare alcuni morti e alcuni feriti, come conseguenze della caduta dei fumaioli degli stabilimenti industriali.

Il nubifragio a Saronno produsse la caduta di tutti i camini delle fabbriche, nessuno eccettuato. Può dirsi che non vi è casa che non abbia risentito danni.

Molte sono gravemente lesionate. La campagna circostante è pure danneggiata. Di morti non si deplora a Saronno che l'operaio all'officina della Nord; i feriti sono invece numerosi.

La maggiore disgrazia è avvenuta però nella vicina fornace di Solaro: è franata una tettoia, la cui caduta ha causato una catastrofe. Sono stati estratti 14 morti e 20 feriti.

Il nubifragio ha fatto rovinare anche a Busto Arsizio i camini degli opifici industriali, i quali precipitarono nei locali sottostanti, ove lavoravano gli operai. Sotto le macerie sono rimasto molte persone, delle quali una decina sono state estratte morte e molte gravemente ferite: altre sono tuttora sotto le macerie.

Anche a Mosciano Milanese i danni furono enormi. Vi sarebbero 15 morti. Le autorità, i pompieri di Milano e parecchie squadre di volenterosi cittadini, nonché le Società del pronto soccorso, accorsero sui luoghi desolati a raccogliere le vittime.

Il terribile uragano ha infierito anche nel novarese, e da Novara si ebbe notizia che a Cameri vi fu una vittima.

Sulla linea Milano-Varese, il casellante Luigi Randetti è stato colpito da una scarica elettrica ed è caduto tramortito al suolo: è moribondo.

Nel manicomio di Mombello il ciclone ha abbattuto una tettoia, provocando una scena di terrore fra i poveri ricoverati.

In seguito al crollo del camino della fabbrica di mattoni di proprietà Borghi-Cattaneo a Solaro, che cadde sulla fornace stessa, parzialmente demolendola, rimasero sepolte sotto le macerie 22 persone, in parte operai della fornace e in parte contadini che si erano ivi ricoverati a causa del nubifragio.

Le ulteriori notizie arrivate da Milano fanno ascendere le vittime a circa cinquanta ed i feriti più o meno gravemente ad alcune centinaia.

Saronno ed i suoi dintorni è la plaga maggiormente colpita. Le campagne sono state largamente devastate; alberi secolari sradicati, comignoli caduti, tetti scoperchiati, piccole case abbattute.

Dal bergamasco non sono segnalati che danni alle campagne.

Il prefetto, senatore Panizzardi, è rimasto gran parte della notte sui luoghi del disastro, dando disposizioni per l'opera di soccorso ovunque alacremente organizzata.

S. E. il presidente del Consiglio, Luzzatti, appena ebbe a Vallombrosa notizia del grave disastro in Lombardia, espresse il desiderio di recarsi colà, ma ne su sconsigliato dai medici, i quali lo ritengono in via di miglioramento, ma bisognoso di riguardi.

Dovendo S. E. il sottosegretario di Stato all'interno, Calissano, trattenersi a Roma, il presidente del Consiglio dispose che sui luoghi del disastro si rechino S. E. il ministro Ciuffelli e S. E. il sottosegretario di Stato, Pavia.

Il presidente del Consiglio, edotto dell'entità dei danni e del numero delle famiglie rimaste senza lavoro, autorizzò il prefetto a provvedere ai soccorsi di urgenza.

Notizie tratte dalla “Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia” numero 176 del 28 luglio 1910

Dopo il ciclone in Lombardia.

Le LL. EE. Ciuffelli e Pavia ieri mattina tennero una riunione alla prefettura di Como le autorità locali e provinciali e i deputati della regione.

Poi partirono per i luoghi desolati dal ciclone di sabato scorso, formando due carovane separate in automobili; una con S.E. Ciuffelli, seguito dagli onorevoli Carcano, Baragiola e Padulli ed il segretario particolare dell'on. Pavia, cav. Rosa; l'altra col sottosegretario di Stato on. Pavia, seguito dagli onorevoli Scalini e Baslini.

La prima carovana visitò la zona dell'alta Brianza, da Erba verso Orsenigo; la seconda visitò la zona bassa verso Lecco. Le due comitive si riunirono quindi ad Orsenigo, ove furono invitati a colazione nella villa dell'on. Baragiola.

Il ministro ed il sottosegretario di Stato, in seguito alla visita fatta, discussero assieme sui danni constatati e sui provvedimenti da proporsi per alleviarli. Da Orsenigo le loro Eccellenze e i personaggi che li accompagnavano si recarono a Cantù, ad Asnago, a Cermenate e a Rovello, lasciando ovunque sussidi per i danneggiati poveri.

Proseguirono, quindi per Lomazzo dove S.E. Ciuffelli si trattenne mentre S.E. Pavia proseguì per Bregnano ed ha proseguito poi per Cirimido, Limido, Mozzate e Gerenzano visitando tutta l’estesa plaga tanto colpita.

Il sottosegretario di Stato on. Pavia si e quindi recato a Saronno del presidente di una Commissione, dove incontrò nuovamente il ministro Ciuffelli. Il ministro e l'onorevole sottosegretario di Stato ripartirono per Milano, da dove ripartirono per Roma alle 21.


Il ciclone (minore) di venerdì 22 agosto 1879

Notizie tratte da “Pubblicazioni del Reale Osservatorio di Brera in Milano sui temporali osservati nell’Italia settentrionale durante l’anno 1879"

22 agosto 1879

Saronno, da 4,30 a 5,15 pomeridiane, uragano violento dall'Ovest con nembi bassi e veloci, in ogni verso, all'Est, lampi frequenti ed intensi, prolungatisi fino a mezzanotte, e pioggia breve e temporalesca. Fu più sentito, con danni di grandine, sulla linea di Rho, Garbagnate, Mombello, Turate, Lomazzo e Gerenzano all'ingiro della stazione.

mercoledì 12 luglio 2023

Numeri gerenzanesi legati all’industria serica del distretto camerale di Milano - anno 1887

Numero di telai attivi nel distretto milanese: 1471, di cui 806 manuali e 665 meccanici

A Gerenzano era presente l’azienda Musa – Marzorati (poi De Angeli – Frua), produttrice di seta, avente una caldaia a vapore come generatore di forza motrice, che sviluppava una potenza pari a 25 CV (cavalli vapore), equivalenti a circa 18,4 kW (kilowatt).

Con essa si alimentavano i 120 telai meccanici presenti in azienda (*). Questi 120 telai rappresentavano il 18% dei telai meccanici e l’8% dei telai totali presenti nel milanese.

La particolarità dei telai meccanici presenti a Gerenzano, era che fossero di tipo “basso”.

Un telaio di tipo “basso” consentiva l’utilizzo di un’unica operaia tessile per ogni due telai, mentre il telaio di tipo “alto” richiedeva un’operaia per ogni macchina.

Numero di lavoratori presenti alla Musa – Marzorati: 208

Maschi adulti: 8 (principalmente erano tutti manutentori meccanici per telai e attrezzature)

Maschi sotto i 14 anni: 0

Femmine adulte: 154

Femmine sotto i 14 anni: 46

Numero annuo medio di giorni di esercizio: 300

Fonte: Ministero dell’agricoltura, industria e commercio – Bollettino commerciale 1 gennaio 1888

(*) Nel 1899 il numero di telai meccanici della Musa – Marzorati passerà a circa 500 pezzi, nel 1922 saranno 580.

Per capire cos'era il mondo della tessitura tra il 1850 e il 1960. consiglio a tutti di visitare il Museo della seta di Como, davvero bello ed istruttivo…

Orologio della Musa – Marzorati - foto di Luca Cassanmagnago

venerdì 7 aprile 2023

La Rosa Boschirora, vecchie strade e stradine di Gerenzano e la conduzione dei boschi secondo il marchese Federico Fagnani...

Il racconto del particolare lavoro di una donna che abitava nel rione BURGHETT a cavallo della metà dello scorso secolo, si intreccia con le vecchie strade di Gerenzano, finendo a parlare poi di come dovevano essere condotti e mantenuti i boschi secondo il marchese Federico Fagnani...

La Rosa Boschirora

Dai ricordi personali di Carolina Pigozzi, abitante in via Brera agli inizi degli anni '50.

La Rosa era una donna piccolina, quasi minuscola, ma dotata di un'energia e forza non comuni.

Abitava in via Brera, ed era soprannominata in dialetto la "boschirora", la boscaiola. Infatti, si può dire che il suo lavoro principale era il taglio e la pulizia dei boschi. Profonda conoscitrice del territorio gerenzanese e delle varie tipologie di piante in esso presenti, era riuscita a tessere un giro di profonde conoscenze con tutti i proprietari dei boschi tra Gerenzano, Massina e Rescalda. Essi affidavano a lei il taglio delle piante vecchie o malate / morte, e l'eliminazione dei giovani polloni che "sbucavano" dal terreno. Carpini, faggi, pioppi, querce, robinie, pini, castagni e betulle venivano inquadrati dagli occhi arguti della Rosa, la quale sentenziava: "quest chi l'è giuìn, lasemalal stà, quest chì al va ben, ga démm 'na tajada, quest chì l'è mort, via, al tajum", etc.

Le battute di "caccia alla legna" della Rosa Boschirora si svolgevano principalmente durante a partire dai mesi primaverili inoltrati, dove era più facile determinare eventuali piante morte, le quali non presentavano nuovi getti di verde, e perché vi era già la presenza dei polloni da tagliare. Presumo che Rosa conoscesse anche le tempistiche di taglio delle piante in base a luna crescente o calante (generalmente, le piante vanno tagliate in luna calante, ma qui entriamo in un dibattito che sarebbe molto più ampio da affrontare, e soprattutto le credenze sull'influenza della luna, in questo caso sul mondo vegetale, ancora oggi generano accese dispute tra scienza stessa e cultura popolare contadina).

L'andare a fare la legna diveniva quindi una vera e propria processione che partiva da via Brera e andava verso i boschi a ovest di Gerenzano (che iniziavano in località detta "dul Mòr", del Moro - proseguendo nella lettura capirete l'ubicazione di questa località). Processione, perché assieme alla Rosa Boschirora, di buona mattina, si univano le donne della via con una nutrita presenza di bambini, tra cui anche Carolina Pigozzi, ai tempi una fanciulla. Armate di sigurìn (accette), fulcìtt (roncole) e reseguni (seghe) riposte sulle vecchie carriole di legno, attraversavano campi e strade sterrate di Gerenzano, cantando le nenie di quei tempi sotto gli sguardi curiosi dei "paisan", che iniziavano a fare "ul mageng", il primo taglio dell'anno del fieno, tra una fila e l'altra di filari di gelso, ancora esistenti in abbondante numero a quei tempi nelle nostre campagne.

Paisan mentre taglia il fieno con la "ranza"...

Il lavoro era faticoso, la Rosa Boschirora dava tutte le indicazioni del caso alle donne sui lavori da svolgere, aiutandosi le une con le altre, mentre i bambini giocavano tra loro. Anche ai bambini però veniva affidato un compito: quello di raccogliere polloni e rami piccoli tagliati, raggrupparli e legandoli in modo da creare "fassìn" e "fassìnett" (fascine e fascinette). 

A mezzogiorno si pranzava tutti assieme all'ombra. Ma cosa mangiavano? La risposta di Carolina è stata molto semplice: le donne portavano da casa la classica "ramina" (che potete vedere nella seguente immagine), nella quale si trovava un bel minestrone! Questo era il praticamente il loro pranzo.

Palio di Turate 1980. Rievocazione storica di un gruppo di operaie del "Cuton" con in mano la "ramina" - foto tratta dal libro "Rimembranze gerenzanesi" volume I

E dopo avervi mostrato la "ramina", lodiamo con una poesia dialettale il suo contenuto, il minestrone! Poesia tratta dal libro "Rimembranze gerenzanesi" volume II - autore della poesia sconosciuto.

“UL MINESTRON”

Che nom propi da cà,
Pien da prüfum d’un temp,
parli dul temp di noni
da forsi cent ann fa.
Alûra i eran famili!
Un ròsc da fioeu,
e marì e mièe,
e biàdigh e neùd,
e pö gh’era i regiùu,
düü tipi sempar in pista.
Sa ga dava dal vü,
par ul gran rispett.
 
E ben ul minestron
l’era la previdenza
par tüta la cumbrìcula,
la vera sulüzion
dal pussèe gran prublema.
In fund l’era be lü,
a tignì in pèe la cà,
baràca e büratìn,
senza tanti da pü.
 
Un barbuton tremendu,
un rangugnon intrepid,
par ur e ur e ur
sül camìn bell pizz.
E i fasoeu a saltà,
e ul coverc a sbatt,
a bufà cumè a dì:
- Sa vurii, l’è inscì
i verdür, si sa mett
sa sa, i è pegg di donn,
un cungress da quii giüst.
 
Finalment a taula.
Da scià, da là i regiùu,
inturnu tütt al sêguit,
in mezz ul pignaton
cun dentar ul minestron.
Che prüfum sa spànd,
al slarga ul coeur,
ul fiàa!
Un bel segn da crûs
e avanti…
 
Silenzi!
L’è un ritu patriarcàl
E ringrazièm ul ciel,
e ringràzièm la téra,
che da al cent par cent,
cumè ‘na vera màma.
 
E dumàn e dopudumàn
e tütt i dì du l’ànn,
da càp cul minestron,
ul piatt tradiziunal,
ul piatt di patriarca,
sempar bon, sempar quel,
cumè la previdenza.

Ma non c'era molto tempo per pranzare, ci si rimetteva subito tutte al lavoro, e verso le 17, riempite le carriole (che sicuramente non erano leggere), rientravano verso casa stanche ma a loro modo felici (soprattutto i bambini), per aver comunque passato una giornata tutti assieme.

L'approvvigionamento delle legna a quei tempi era molto importante, perché serviva per il focolare domestico e per alimentare le vecchie stufe da cucina a legna (più raramente si usava il carbone, il quale aveva costi maggiori e lo si comprava dai "carbunitt"). Per risparmiare comunque sia sulla legna che sul carbone, a volte li sostituivano con palle di carta che venivano immerse nell'acqua e poi messe ad asciugare al sole nei mesi estivi, oppure bruciavano i ricci delle castagne. Entrambi erano ottimi combustibili alternativi ai primi due indicati.

Carolina mi ha anche raccontato con molta precisione le strade che percorrevano da via Brera per arrivare ai boschi gerenzanesi. Allora ho provato, per curiosità e per "gioco", aiutandomi con una mappa risalente a circa quell'epoca (1949), a rintracciare queste strade e stradine. Strade che al giorno d'oggi in parte sono cambiate a livello di toponomastica, in parte sono state ampliate, e chiaramente ora sono quasi tutte asfaltate (la maggior parte delle strade a quell'epoca erano ancora tutte in terra battuta). Perdonatemi se le immagini non saranno chiarissime, ma ho dovuto fare un po' di collage "manuale" con le varie tavole topografiche.

Inoltre Carolina mi ha detto che a volte facevano due percorsi diversi. Nell'immagine d'insieme seguente, ve li ho rappresentati in giallo ed in arancio. Noterete che comunque buona parte dei due percorsi è in comune.



PRIMO PERCORSO (GIALLO)

Quindi, come detto partivano da via Brera. La via Brera, a quei tempi, era una strada che laterale di via XX settembre, faceva una curva a destra a gomito di 90°, e "sbucava" sulla Varesina. Il tratto che andava dalla curva a gomito alla Varesina, è l'attuale inizio di via Torino. Via Brera quindi non proseguiva come lo è attualmente fino all'incrocio con via Galilei. Questa parte della via non esisteva, erano solo campi, i quali degradavano verso un'altimetria più bassa rispetto alla zona di partenza di via Brera - lato via XX settembre. Percorrendo quindi qualche decina di metri nei campi (probabilmente vi era comunque una piccola stradina di campagna), la nostra comitiva di "boscaiole" incrociava la strada consorziale detta Vedova. Sarebbe curioso capire il motivo di questo strano nome per questa stradina. Ipotizzo che fosse chiamata così perché da un lato non aveva sbocchi e finiva nei campi, oppure perché magari attraversava proprietà di qualche donna locale rimasta "vedova" negli andati anni o addirittura secoli precedenti. Via Vedova è parte dell'attuale via Galilei e Pio XI.

Arrivavano quindi all'incrocio con via della Fagnana (attuale via Roma), e giravano a destra su di essa.

IMMAGINE 1

La posizione di via Brera e il senso di partenza della "processione"


IMMAGINE 2

Il proseguimento su via Brera, l'attraversamento dei campi, l'arrivo su via Vedova fino all'incrocio con via Fagnana


IMMAGINE 3

L'attuale conformazione delle vie odierne rispetto all'immagine 2



IMMAGINE 4

Facendo riferimento alle immagini 4 e 5 seguenti, continuavano a camminare su via alla Fagnana fino all'attuale incrocio con via Risorgimento (dove d'angolo c'è il supermercato Sigma), proseguivano dritto sempre su via Fagnana (che diventava l'attuale via Firenze), dove c'è ora la rotonda con via dei Casari giravano a sinistra in quest'ultima (che già a quei tempi aveva questo nome). Tratteggiata in verde, potete notare il pezzo di strada mancante dell'attuale via Risorgimento che arriva fino al cimitero (l'incrocio con via Risorgimento - angolo supermercato non esisteva ancora).


IMMAGINE 5

Nota per il lettore: tra le varie stradine indicate in immagine, segnalo anche via Pozzol (attuale via Santa Caterina da Siena). Curiosamente su due mappe antecedenti a questa (1855 e 1902), la stessa via è indicata come Pozzolo. Pozzol penso possa trattarsi di un probabile errore di trascrizione.



IMMAGINE 6

Nell'immagine 6 sotto potete notare il proseguimento del percorso su via dei Casari dall'incrocio con via Fagnana (via Firenze) - l'incrocio non appare visibile nell'immagine perche facente parte di un'altra tavola (fare comunque riferimento all'immagine 5). Si continuava poi in via detta Prado (attualmente diventata il proseguimento di via dei Casari).

Nota per il lettore: in mappa viene indicata via Prado. Curiosamente su due mappe antecedenti a questa (1855 e 1902), la stessa via è indicata come Prada. Prado possa trattarsi di un probabile errore di trascrizione.



IMMAGINE 7

Nell'immagine 7 l'arrivo all'incrocio tra via del Moro, via Massinetta (ora via Don Gnocchi), e via Prado (ora via dei Casari - questa zona di campi era denominata "Paradiso"). Proseguendo sulla sterrata del Moro, la strada si divideva in due: da una parte manteneva lo stesso nome, dall'altra diventava via delle Vigne. Curiosamente, anche l'attuale via Inglesina che parte dal "Grisela" ed arriva all'incrocio con via don Luigi Sturzo, era denominata ai tempi via delle Vigne. Entrambe le due strade, portavano alla zona boschiva a ovest di Gerenzano, conosciuta come località "dul Mòr", appunto del Moro. Moro ipotizzo faccia riferimento a eventuali poderi presenti in zona che erano in passato di proprietà di una persona chiamata il Moro (bisognerebbe avere sottomano l'esistente mappa, non in mio possesso, relativa ai possedimenti gerenzanesi di Luigi Canzi, molto più dettagliata rispetto a queste). Oppure faceva riferimento a un singolo e particolare gelso, in quanto in passato i gelsi erano chiamati anche mori (in dialetto mooròn), come indicato dal marchese Federico Fagnani in uno dei suo trattati sull'agricoltura.
I tracciati di via delle Vigne, via del Moro, via Prado e via dei Casari, erano comunque già indicati anche sulla mappa del Catasto Teresiano del 1722. Purtroppo, neanche la mappa del Catasto Teresiano però mi è stata d'aiuto per capire l'origine del nome Moro.



IMMAGINE 8

L'attuale conformazione delle medesime vie rispetto all'immagine 7. La cartografia di Google Maps indica ora via del Moro come parte dell'ex via delle Vigne. I proseguimenti di via del Moro e via delle Vigne sono delle semplici tracce (segnate da me con linee gialle).



SECONDO PERCORSO (ARANCIO)

Il secondo percorso condivideva con il percorso giallo le stesse strade partendo da via Brera fino all'incrocio di via Vedova con via Fagnana, evito quindi di ripetermi (fate comunque riferimento alle immagini 1 e 2).

IMMAGINE 9

All'incrocio tra la parte superiore tra via Vedova (via Pio XI) e via Fagnana (via Roma, si proseguiva diritto ancora su via Vedova, che sbucava in via Boarescia (via Quarto dei Mille e parte di via Risorgimento). Si imboccava poi via Fagnanella (la via interna che passa davanti al cimitero).

Mi piace immaginare che mentre passavano davanti al cimitero, qualche donna del gruppo abbia pronunciato uno dei detti gerenzanesi più famosi e simpatici: "Ul cimiter da Gerenzan l'è ul post in dua sa riposan sant, ladar, braui omm, disgraziàa, sguangie e tanti tanti cornùu!"


IMMAGINE 10

Superato il cimitero, si girava a sinistra in via Prado (o Prada), e si arrivava all'incrocio con via dei Casari, girando ancora a sinistra sul proseguimento di via Prado. La parte di via Prado che inizia da dietro il cimitero, attualmente in parte non esiste più, è stata eliminata con la costruzione del fabbricato con i nuovi loculi. Ne rimane solo una traccia tra i campi tra questi loculi e via dei Casari.



IMMAGINE 11

L'immagine 11 replica l'arrivo nella zona di via del Moro - via delle Vigne del percorso giallo, in quanto rimane il medesimo.


Avrete certamente notato che non viene percorsa, in entrambi i due casi, la via Boarescia (via Risorgimento), che in realtà era la più semplice e veloce per arrivare nelle zone boschive. Il motivo è semplice, spiegatomi direttamente da Carolina: a quei tempi la via Boarescia, che collegava Gerenzano a Rescalda, Rescaldina e proseguiva per Castellanza, era già percorsa da auto e camion (sia chiaro, con volumi di traffico molto ma molto minori rispetto all'attuale situazione). Ma la presenza di veicoli a motore, era per loro e per i bambini un motivo di pericolo. Ragion per cui, preferivano fare le stradine più interne nelle campagne.

Nota personale finale sul mantenimento dei boschi: al giorno d'oggi, tralasciando il fatto che la legna, dalle nostre parti, non viene più usata principalmente come combustibile per ottenere riscaldamento, parte del lavoro che svolgevano la Rosa e queste donne, non viene più fatto. Ovverosia la "pulizia" del bosco. Persone come la Rosa o come i vecchi proprietari di una volta dei boschi, eseguivano il taglio di piante malate o morte, ma anche di polloni, rovi e altri infestanti (il cosiddetto sottobosco), lasciando quindi "spazio" vitale solo a piante sane. Per contro, la rimozione del sottobosco, oggigiorno da molti è in realtà considerato un errore pratico ed ecologico (soprattutto in funzione di un corretto mantenimento del bosco e, paradossalmente, in funzione di prevenzione agli incendi).

Noi siamo abituati a "vedere" il bosco come una distesa orizzontale di piante. Ma analizziamolo in verticale. Troviamo una struttura complessa composta da tre "strati". A terra abbiamo lo strato di le foglie, dove i miei "amici" funghi saprofiti, oltre ad altri organismi, decompongono sostanze organiche "complesse" trasformandole in sostanze "semplici" che rientrano in circolo nell'ambiente. A metà altezza troviamo lo strato con i famosi "polloni", giovani piante che permettono il mantenimento delle ottimali condizioni di umidità e luce al suolo, dove lavorano i precedenti menzionati organismi "decompositori". In alto abbiamo invece le chiome degli alberi, la cui forza e saluta è direttamente collegata alla corretta funzionalità dei due strati inferiori appena descritti. "Pulendo" il bosco, andiamo ad alterare principalmente lo strato a terra e quello a mezza altezza, togliendo al bosco stesso una sua parte funzionale. L'ecosistema boschivo si andrà quindi ad indebolire.

Inoltre l'eliminazione del sottobosco porta ad avere fogliame che rimarrà sul suolo secco, senza la possibilità che esso venga decomposto. Il rischio è che, con il calore dei mesi estivi, in queste condizioni le possibilità di un incendio aumentano in maniera esponenziale, ottenendo l'effetto opposto di quello che si crede di fare con la "pulizia" del bosco.

La domanda a questo punto sorge spontanea: è meglio un bosco "pulito" o un bosco "integro" in tutte le sue componenti?

Concludo con alcune considerazioni del marchese Federico Fagnani, possidente di Gerenzano fino all'anno della sua morte (1840), riguardante la gestione dei boschi, tratte dal suo libro "Osservazioni di economia campestre fatte nello stato di Milano" - 1820.

"Sul governo dei boschi, parmi scorgere alcuni errori tra i quali primi d'ogni altro la riprovevole frequenza del taglio della legna cedua. Gli antichi statuti disponevano dovesse farsi ogni 10 anni, poi ridotto anche fino a 7 anni l'intervallo di tempo tra uno e l'altro taglio. Ora i tagli immaturi, quelli cioè che precedono il termine dei 10 anni scemano notevolmente la quantità della legna che in un determinato numero di anni si potrebbe trarre dai boschi. Per esempio, nel giro di novanta anni, il bosco tagliato ogni 9 anni avrà prodotto minor quantità di legna del suo eguale tagliato ogni 10, quantunque quest'ultimo, sarà tagliato una volta meno dell'altro, siccome lo dimostra un facile calcolo.

Un altro errore sembrami di osservare nel modo arbitrario, e fuori d'ogni regola, nel quale si procede al taglio degli alberi. I tagli si fanno ordinariamente a misura del bisogno di far denaro, ed ogni altra cosa viene posposta ad una tale considerazione. E così facendo si tagliano alberi alla rinfusa, senza punto per mente alla condizione futura del bosco. Quanto sia nocivo un tal costume alla conservazione e al miglioramento de' boschi si comprenderà agevolmente, qualora si considerino tre tipi di alberi: alberi maturi, alberi di bella venuta e alberi stentati, difettosi e decadenti.

Ora le buone regole, anzi il semplice buon sentimento prescrivono che si taglino gli alberi maturi, perciocchè decadono lasciandoli più lungamente in piedi; che si conservino gli alberi di bella venuta per le speranze che danno; finalmente che si taglino, o si svellano gli altri, i quali aduggiano il bosco e lo dimagrano senza speranza di profitto.

Sarebbe perciò una pratica lodevole, allorchè ricorrono i tagli annuali della legna cedua, il tagliare contemporaneamente così le piante mature, come quelle che non verranno mai da nulla, o che sono guaste e cadenti, serbando un maggior numero di giovani pianticelle (dette tra noi allievi) deviando in ciò dalla generale consuetudine, perciocchè in tal guisa ci ridurremo a migliorare notabilmente i nostri boschi, i quali da venti anni in qua vanno in decadimento, appunto per l'aspro, ed insensato governo che ne facciamo.

E qui si vuole notare che le piante stentate, ma giovani, debbono essere recise al piede perciò che hanno il vigore di gettare molli polloni che raffittiscono prontamente il bosco; mentre per lo contrario gli alberi maturi, e soprattutto quelli che cominciano a decadere debbono essere svelti per motivo che non producono polloni. Di più il padrone trae qualche profitto dalla radice svelta, e può piantare con buon successo, massime, se il bosco è rado, altre pianticelle e particolarmente la Robinia Spinosa che in quella terra smossa per l'estrazione della radice, e fecondità dalle zolle erbose, e dai rimasugli della pianta che ben presto imputridiscono prova assai bene, nonostante l'ombra ed il fresco della selva, che tanto nuocciono all'incremento delle altre giovani pianticelle, il che posso asserire fondandomi nella mia propria esperienza.
E qui sarebbe forse il luogo di dire alcune cose in lode di questa pianta, per inculcarne vie più agli agricoltori la moltiplicazione , alla quale molte persone si oppongono tuttora con singolare ostinazione, o per naturale ritrosia a qualunque cosa nuova, oppure per difetto di cognizioni. Io per altro mi contenterò di dire che se la meravigliosa propagazione di questa pianta, ed il suo rapidissimo accrescimento possono dissuadere dal porla intorno ai campi, tali difetti si convertono in sommi pregi quando si tratta di fare nuovi boschi, e di rinselvare foreste povere di piante. Si lamentano alcuni che questa pianta sia troppo fragile, o per parlare più apertamente, troppo soggetta a schiantarsi, quando è investita da un vento gagliardo. Questa considerazione può al più dissuadere gli agricoltori dall'allevarla in albero, ma non già dal coltivarla a palina, a capitozza, nel qual modo produce in due anni rami tanto lunghi e grossi quanto il castagno in cinque, e l'ontano in quattro. Che se questo primo vantaggio non bastasse a indurre i coltivatori a coltivare la robinia almeno quanto coltivano le suddette piante, sappiano che il legno della robinia è tanto consistente, che dura il doppio del castagno, ed il quadruplo dell'ontano anche contenendosi in termini moderati. Io non mi distenderò di più in questa digressione sulla robinia perciocchè chi non volesse arrendersi ai fatti, che predicano altamente i pregi di questa pianta, sarebbe ancor più recalcitrante ai ragionamenti. Chi poi circondasse il bosco di fossi e di ciglioni trarrebbe da questa industria un sensibile profitto, e per la difesa del bosco e per il sollecito incremento delle piante, massime se il bosco potesse innaffiarsi, siccome spesso avviene, cogli scoli dei vicini campi, delle strade, o di altre torbe; perciocchè, trattenute quelle acque nei boschi a guisa di colmate, esse vi depongono una belletta che ne rialza e feconda il suolo ed accelera meravigliosamente la crescita di quasi tutte le piante, e specialmente degli ontani, e dei pioppi. Queste operazioni, le quali non sono ne lunghe, ne molto dispendiose, che che se ne dica ai padroni in contrario, sono certamente di notabile profitto.

Un'altra perniciosa pratica, che dannifica assai i nostri boschi si è la consuetudine di recidere, qualunque volta si taglia il bosco, i rami delle piante in modo tale che quasi tutto il loro fusto ne resta spogliato. Questo in discreto taglio, contrario alle leggi della vegetazione fa intristire le piante, e ne accelera il decadimento e la morte . A precorrere siffatto danno i coltivatori stimano efficace antidoto il lasciare alle piante quattro braccia di cima, vale a dire il non produrre il taglio oltre a quattro braccia di distanza dalla cima del più alto ramo. Io non deciderò se questa cautela basti sì o no a mantenere le piante in sanità, mą noterò solo che la menzionata prescrizione è difficilmente osservata sia per la negligenza dei tagliatori, sia per la cupidità dei compratori dei boschi cedui, sia finalmente per la difficoltà di verificare nel debito modo ogni contravvenzione a quel divieto. Miglior partito sarebbe dunque a mio credere quello di non permettere un tale sfrondamento, anche a costo di diradare il bosco al fine di ovviare ai danni che reca la soverchia ombra alla macchia bassa. Ma laddove si volesse perseverare in questa pratica, farebbe mestieri fissare il punto oltre al quale non dovesse estendersi il taglio in ragione di una distanza, misurata non già dalla più alta estremità dell'albero, ma bensì dal suolo donde sorge il suo tronco, avvertendo però che dovrebbero eccettuarsi dallo sfrondamento le piante, il cui fusto fosse d’un diametro minore di quattro once. Infatti cosi facendo si avrebbero due vantaggi, cioè di determinare senza tema d'ingannarsi i confini del taglio, e di riscontrare prima, e di provare dappoi con facilità le frodi dei compratori. Un'asta di otto o dieci braccia servirebbe di norma per non ingannarsi in quelle occorrenze.

La scarsezza poi degli strami, che atteso il gran numero degli animali d'ogni generazione che noi alimentiamo, spesse volte ci pone in grave impaccio, induce i contadini a brucare le piante. Un tale sfogliamento non solo nuoce alla prospera vegetazione delle piante, ma le sconcia in guisa che rimangono sformate per sempre, perciocchè nel cogliere le foglie i contadini, onde evitare la fatica, sogliono curvare a forza le giovani piante, non senza schiantarne spesso i rami. Ma se la penuria degli strami è cagione del nocivo sfrondamento vernale, ed anche estivo delle piante, la scarsezza dei concimi costringe il contadino a spogliare nell'autunno le piante delle foglie che ne ricoprono il suolo, non senza notabile pregiudizio del bosco .

Io so purtroppo che un tale costume è generale nei nostri paesi: che sempre è impresa difficile l’abolire le vecchie usanze che in molte parti della provincia milanese il vietare a un tratto quella pratica potrebbe recare più gravi danni di quelli che derivano dal tollerarla: e che perciò sarebbe cosa mal considerata il pretendere assolutamente che i contadini più non raccogliessero a loro proprio profitto le foglie; laonde non insinuerò ai padroni di proibirlo assolutamente. Invece mi contenterò di suggerire ai possessori di restringere la tolleranza di un tale abuso ai boschi di tre anni compiti vietando più rigorosamente la raccolta delle foglie in quelli tagliati avanti quel termine. Anche la cosiddetta gattinatura, che sotto nome di "Incerto" si pratica in parecchi distretti della Lombardia, è un uso nocivo alla conservazione dei boschi. Consiste la gattinatura nel taglio delle ginestre, delle stipe, delle felci, delle eriche, e per concomitanza eziandio delle piccole piante, che sogliono nascere spontaneamente nei boschi. Io ignoro l'etimologia di questa parola, e l'origine di un tale incerto, cose tutte che non meritano il conto di essere studiosamenle indagate. So per altro che la gattinatura è perniciosa, perciocchè spoglia interamente il terreno di quelle materie, una parte delle quali putrefacendosi col volgere delle stagioni gioverebbe ad impinguare il suolo. Rammenterò poi che la gattinatura, come gli altri incerti, dà campo alle persone che la valgono a loro profitto di commettere abusi, che recando ad essi tenue profitto, danneggiano non poco il padrone; siccome appunto è l'accennato taglio delle nascenti pianticelle destinate a mantenere il bosco in istato. All'emenda pertanto delle malvagie usanze da me accennate, dovranno volgere il pensiero quei padroni, che meglio informati dell'utilità dei boschi, avranno a cuore la conservazione ed il miglioramento di quelli che posseggono; perciocchè operando diversamente vedranno peggiorare a occhiate le loro foreste, ed in ultimo convertirsi in aride e sterili lande. All'intendimento poi di accrescere la vigilanza dei possessori in questo particolare ricorderò loro, che il prezzo delle legne viene crescendo alla giornata, e che assai verosimilmente andrà per molto tempo in aumento. Infatti, si consideri che il prezzo della legna è notabilmente cresciuto dal principio del secolo a questi giorni, qualunque siasi fatto un vero scempio di piante per diversi motivi che non accade di riferire in questo luogo, di modo che può dirsi con ragione, che in venti anni si è consumata la provvisione di piante preparata in più secoli, dalla qual cosa è naturale l'inferire che la legna anzi che venire scemando, andrà piuttosto crescendo di prezzo, quantunque si cominci a studiare il modo di minorarne il consumo senza diminuzione degli effetti. Ciò serva di salutare avviso ai possessori, che poca cura prendono dei loro boschi per la falsa immaginazione che siano , per così dire, la giunta delle loro possessioni."

Nonostante questo libro sia stato scritto 203 anni fa, molte delle pratiche e osservazioni descritte, sono ancora attuali...

Visto che si è parlato di marchese Fagnani, vi "delizio" con un proverbio gerenzanese a lui dedicato: " Quel cal laura no al mangia par dü (n.d.r. ul marches Fagnani), e quj ca làuran  (n.d.r. i paisan) g'hann nanca ul temp par mangiàa".

Altro sagace proverbio gerenzanese che possiamo "applicare" sempre al marchese Fagnani: avrete notato che nel suo trattato sui boschi sopra descritto, usa molte volte la desueta congiunzione "perciocchè". Il proverbio recita: "L'è vun cal parla in perciocchè", ovverosia in un mondo "contadino" dove si parlava principalmente in dialetto, si diceva così di una persona colta che parlava in italiano, e il marchese, colto, lo era sicuramente!

Ma per par condicio, concludo dedicando ai "rozzi paisan" di un tempo del marchese questi altri due detti locali (entrambi stanno a indicare persone ignoranti o che non hanno studiato):

- "A l'è nassùu dadrè dal cüu d'una vaca"

- "Al gh'a mangiàa i liber la vaca"

sabato 25 febbraio 2023

Storie di bancari contadini...

19 gennaio 1980, Largo Belotti, Milano - sede del Banco Ambrosiano

Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, la cosiddetta banca dei preti, non si è ancora impiccato sotto il Blackfriars Bridge a Londra (o forse probabilmente si tratterà di omicidio).
Lo farà due anni dopo.
Ma per il rampante "banchiere di Dio" e la sua banca, è  iniziata la parabola discendente verso gli inferi e una lenta agonia.

Mio padre lavora al Banco Ambrosiano dal 1966, è stato il suo primo posto di lavoro, e sarà anche l'unico della sua vita, attraverserà tutte le peripezie del Banco fino al 1996, anno un cui andrà in pensione. Tornando al discorso Banco Ambrosiano uguale a banca dei preti, non posso altro che confermare: a mio padre, per essere assunto, fu chiesto di presentare anche il certificato di "cattolicità", che doveva essere redatto dal prete del proprio paese. E così avvenne: don Pietro Alberio, l'allora prevosto di Gerenzano, compilò il certificato di "cattolicità" per mio padre, da presentare al Banco in fase di assunzione.

Bene, siamo quindi al 19 gennaio 1980. Ora di pausa pranzo, è il giorno del compleanno di mio padre, nell'ufficio Caveau offre ai colleghi pane e salame. Ma ha fatto i conti senza l'oste: tra i colleghi c'è Luigi Borgonovo, da Aicurzio. L'ho conosciuto anche io il Luigi, un omone alto e grosso, burbero, ma molto generoso. Tra una chiacchiera e l'altra,  si affetta il salame, ma Luigi dice in dialetto a mio padre, dopo averne annusato una fetta: "uhei bagaj, mi al mangi no cal salam chì, ta sentat no che al fà MUUUUUUU?"

Mio padre rimane basito e non capisce. Allora Luigi gli spiega: "L'è fa cun la carna da vaca, no da purcell, sti chì hinn i salam par i burghesott cum'è tì, mi sun un paisan, i salam ai fò su mì, mi ma fò ciapà no par ul cù dal bechée"! (* leggere poi nota finale)

Luigi studiò da ragioniere ed entrò in banca, ma proveniva da una famiglia di contadini, e lui si considerava ancora un contadino. Appena tornava a casa, prendeva il trattore e andava ad arare la terra, o "al mazava i besti" che allevava lui stesso. Sapeva bene come era fatto un salame. E quel salame era, secondo lui, una truffa, perché fatto con carne di mucca o misto mucca/maiale, e non di maiale come doveva essere fatto un vero salame, e come era abituato a farli lui.

Luigi si sposò ma non ebbe mai figli. Forse anche per questo passava le sue ferie in Africa nelle missioni, tra i bambini meno fortunati. Fece costruire a sue spese una chiesa e una scuola. Alla sua morte, parte della sua eredità venne devoluta a queste missioni.

Questo era Luigi Borgonovo da Aicurzio, l'ultimo bancario contadino...

* Nota finale: nel dialetto locale del paese di Luigi, macellaio viene detto "bechée", praticamente uguale al dialetto milanese. Da noi si usa invece "macelar".

1978 - Mario Carnelli (a sx con maglione bianco) e Luigi Borgonovo (a dx) durante una "cazoeurada" tra colleghi. Da notare la camicia a quadrettoni di Luigi, da vero "paisan", e l'enorme pezzo di cotica che sta prendendo mio padre dal pentolone...

Si va con un altro piatto di cazoeura...

Bavaglietta d'ordinanza per queste occasioni. E' ancora conservata a Casa Carnelli...

Relax dopo la cazoeurada...

Si va al tiro...

La sede del Banco Ambrosiano in Largo Belotti, nel cuore di Milano. Questa foto risale al 1983, quando il Banco, dopo il fallimento, ripartì con la denominazione Nuovo Banco Ambrosiano...

Roberto Calvi, presidente del Banco, soprannominato "il banchiere di Dio"...

Roberto Calvi recuperato morto sotto il Blackfriars Bridge a Londra dopo essersi (forse) suicidato per impiccagione. Si notano in alto i mattoni che gli vennero trovati nelle tasche per aumentare il peso del corpo sotto il tiro della corda con nodo scorsoio (la corda la si vede ancora al collo di Calvi). Le gambe sono bagnate fino a metà polpaccio, perchè il corpo nella parte inferiore, toccava l'acqua del Tamigi...

giovedì 5 gennaio 2023

Ul Zinell...

Personaggi di una volta del Rione BURGHETT, a cavallo della metà dello scorso secolo...

Ul Zinell


Il Zinell ero un uomo che abitava in un cortile aperto sulla via XX settembre nel rione Burghett, e la sua caratteristica era quella di essere sempre "cioch", ovverosia ubriaco.

Egli si affacciava sempre da una piccola finestrella senza vetri di casa sua, e stava lì per ore continuamente a cantare la seguente strofetta: "cum'è l'è bell vess al mond, cun ul Zinell cioch". Insomma, faceva su sé stesso anche un po' di autoironia.

La figura del Zinell affacciato a cantare e sempre ubriaco, incuteva timore e paura nei bambini della zona, ma in realtà era una persona buona e mite, che non ha mai dato fastidio a nessuno, pur avendo quel particolare vizio.

Un altro simpatico aneddoto sul Zinell: una sera lui e un suo amico si recarono a Cislago ognuno con la propria bicicletta.
Al momento di rientrare a Gerenzano, il Zinell era tanto per cambiare ubriaco.
Disse al suo amico: come faccio a trovare la strada per tornare a casa ora?
Il suo amico gli disse: io vado avanti in bicicletta e mi accendo una sigaretta, tu segui nella notte il rossore emesso dal tabacco della sigaretta che brucia, e arriveremo a casa.
E così si misero in sella per rientrare verso Gerenzano, uno che fumava, e l'altro che seguiva i movimenti della sigaretta accesa.
Ma si sa, c'è qualche chilometro di distanza tra i due paesi, e la sigaretta finì ben presto. Sciaguratamente, l'amico del Zinell, forse perché sopra pensiero, o forse per fare un brutto scherzo all'amico, lanciò il mozzicone ancora acceso nel campo di fianco alla strada.
Il povero Zinell, ricordandosi che lui doveva seguire la direzione della sigaretta accesa, non ci pensò due volte: seguì il mozzicone acceso, ruzzolando rovinosamente nel campo...
Questa storia fece il giro del paese, diventando la barzelletta preferita dei giovanotti dell'epoca...

Nelle foto seguenti: la famosa finestrella, ancora oggi esistente ma chiusa con un pannello di legno, dalla quale si affacciava il Zinell. Fotografandola in un momento di assoluto silenzio, nella mia mente riecheggiava ancora la sua canzoncina...

Si ringraziano gli amici gerenzanesi Carolina Pigozzi e Albino Porro per aver "ripescato" dai loro ricordi, ed avermi raccontato, la tribolata figura del Zinell...

Cerchiata in rosso, la finestrella da cui il Zinell canticchiava la sua canzoncina


Foto ingrandita della finestrella del Zinell...

venerdì 16 dicembre 2022

"Aria di Gerenzano" annata 2022 in barattolo...

Sei a corto di idee per i regali di Natale?

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Regala anche tu il barattolo di "Aria di Gerenzano" annata 2022!!!

Oppure tienilo come souvenir da mettere sul mobile di casa, ed aprirlo tra molti anni, per "sentire" come era la nostra aria nel 2022!!!

L'aria di Gerenzano ha sempre avuto un certo qual "olezzo": partendo dalle "bonze" e dai "carett", che portavano in campagna la "pisa" e "ul rüd", passando attraverso il “profumo” della discarica ed arrivando agli odierni odori molesti, il gerenzanese è ormai assuefatto a respirare pessimi effluvi.

Ma forse proprio la non eccelsa qualità della nostra aria ha sviluppato in noi gerenzanesi una maggior arguzia, furbizia ed estro! Usa quindi questo barattolo di aria per rinfrescarti le idee e trovare ispirazione quando ne hai necessità.

Attenzione, contenuto insostituibile, consumabile solo una volta. Non lasciare aperto. Confezionato meticolosamente a mano in Gerenzano da Ferruccio Carnelli.

Contattami tramite e-mail all'indirizzo scagno1971@gmail.com per ordinare uno o più barattoli di "Aria di Gerenzano"!!!

Sono disponibili 99 pezzi...

Si ringraziano:

Pietro Volontè per la gentile concessione della sua foto di Gerenzano, da cui fa capolino il campanile con alle spalle le cime innevate del lecchese

Angela Angaroni, che con la sua maestria ed abilità ha ulteriormente "vivacizzato" la foto con uno stupendo gioco di colori

Nicolò Marnoni e Carmen Girola per le consulenza tecniche

Tipografia Caregnato, per la stampa delle etichette e la consueta cortesia, simpatia e bravura