lunedì 31 ottobre 2022

Gerenzano, zucche intagliate, lümere, Serafino Checchi e Halloween...

Come tutti gli anni, con l'arrivo della serata del 31 ottobre e della festa di tutti i Santi, si scatena la polemica sui festeggiamenti di Halloween e del suo "retaggio" commerciale che ormai è arrivato anche nel nostro paese. Leggevo anche sul Notiziario della scorsa settimana che la parrocchia di Gerenzano suggerisce di evitare tali tipi di festeggiamenti, pur dichiarandosi non contraria a tale festa.

Sinceramente, fino a una ventina di anni fa, di Halloween non è mi è mai importato molto, l'ho vista sempre come la classica "americanata" importata, Jack o' lantern, irlandesi emigrati, zucche intagliate, dolcetto o scherzetto, e chi ne ha più ne metta. A onor del vero, penso comunque che io e la mia compagnia del "Muretto" di Gerenzano, fummo tra i primi in paese a festeggiare Halloween facendo una grande festa a tema nel 1988 nella taverna di uno di noi. Di quella serata ricordo solo che dalle zucche intagliate una settimana prima, uscivano vermetti bianchi, in quanto la rimanente polpa interna delle cucurbitacee era ormai in decomposizione. Ma nella nostra "ignoranza" giovanile, per noi Halloween era solo una serata "simil horror" e con lanterne a forma di zucca.

Poi, anche per curiosità e cultura personale, iniziai ad apprendere notizie e nozioni più approfondite su questa festa e da cosa deriva, arrivai a sentir parlare e leggere anche di Celti, Imbolc, Beltane, Lughnasadh, Samhain, zucche che rappresentano teste tagliate, feste pagane trasformate in cristiane, questue, ed altre cose interessanti. Tralascio tale argomento perchè comunque non sono sicuramente preparato in materia, anzi consiglio vivamente, per chi fosse interessato, di contattare la gerenzanese Monica Casalini, la quale ha scritto anche un libro sulle origini di Halloween, oppure lo storico e studioso gerenzanese da me molto stimato, Mauro Ghirimoldi.

Bene. Quando iniziai ad approfondire cosa fosse Halloween e tutto ciò che gira intorno ad esso, il passo ad arrivare a scoprire le lümere fu breve!

Cosa sono le lümere? Semplice, sono zucche intagliate a forma di faccia con un lumino interno che le illumina, che venivano preparate per la festa di tutti i Santi in Italia, principalmente in Lombardia, Piemonte e Veneto (qui chiamate anche suche baruche, che identifica la varietà di zucca marina di Chioggia utilizzata per fare la lümera). Il termine deriva da lume, luce, e tale tradizione di intagliare le zucche è stata in voga fino agli anni '50 dello scorso secolo, prima di scomparire e riapparire negli anni '80/'90 sotto forma però di zucca di Halloween. Per i nostri avi quindi la preparazione della zucca con il lumino dentro, era un rituale da svolgersi la notte del 31 ottobre, ed esso serviva ad esorcizzare la morte, allontanare spiriti cattivi, indicare la strada di casa ai morti per tornare quella notte a trovare i propri cari ancora in vita, serviva come cibo per i defunti, venivano lasciate al suo interno lettere e biglietti che il defunto avrebbe letto, ed i ragazzini, in quella notte, andavano di casa in casa a chiedere pane e frutta di stagione (molto simile alla questua del dolcetto o scherzetto di Halloween). In questa notte si celebra la sconfitta dell'oscurità in favore della vita, si apre una porta tra il mondo dei morti e il mondo dei vivi. Ma in realtà aveva anche molti altri significati legati al mondo agricolo, alla chiusura dell'anno dei raccolti, al fatto di ingraziarsi i morti per avere un buon raccolto l'anno successivo. e tante altre cose ancora.

Ora mettiamo di mezzo Gerenzano. Quando iniziai ad interessarmi alle lümere, il mio primo intento fu quello di capire ed eventualmente verificare se anche a Gerenzano, fosse in voga questa usanza. D'altronde ci sono testimonianze scritte ed orali nelle quali si descrive che le lümere erano fatte in comuni della nostra area del varesotto, comasco e alto milanese, come per esempio Giussano, Cassano Magnago, Canzo, Inveruno, Casnate, Pogliano Milanese, Castellanza e anche Milano. Perché quindi non era possibile che tale usanza esistesse anche a Gerenzano?

Molti sanno che sono appassionato di storia locale, e nel corso degli anni mi sono passati tra le mani svariati documenti sul nostro paese e ho intervistato decine di anziani per farmi raccontare la vita e tradizioni dei tempi che furono, ma non ho mai trovato nulla che riguardasse le lümere, o meglio zucche intagliate con dentro un lumino (il termine lümere secondo me è comunque poco conosciuto nelle nostre zone). Anzi qualcuno di questi anziani mi rise anche in faccia quando gli dissi se intagliava le zucche. La sua risposta fu (la scrivo in italiano, ma mi rispose chiaramente in dialetto): "ma ti pare che se avessi avuto una zucca, l'avrei sprecata per simili stupidaggini, con la fame che c'era a quei tempi?".

Insomma delle lümere di Ognissanti, a Gerenzano non vi era traccia. O almeno così pareva. Infatti, nel novembre 2014, gli amici Emma Castelli e Augusto "Peppo" Oliva, mi diedero da vedere la videocassetta "Gerenzano: paese da vivere" fatta dalla Proloco locale nel 1994. Una videocassetta molto interessante, dove si parla della storia di Gerenzano dalle origini fino agli inizi degli anni '90. Tra le altre cose, sono presenti alcune interviste ad alcuni anziani.

Tombola! Viene intervistato il signor Serafino Checchi, e ne viene indicata anche l'età, 78 anni. Quindi se Serafino aveva 78 anni nel 1994, ne deduciamo che è della classe del '16.

Serafino Checchi di anni 78, frame tratto dal filmato della Proloco

Tra i suoi racconti uno mi colpì in particolare. Dice che da ragazzi, intagliavano le zucche facendogli occhi e bocca, e mettevano una candela dentro per illuminarla. Questo per far spaventare le donne che tornavano a casa alle 22 di sera (questa precisa indicazione sull'orario, fa riferimento, a mio personale parere ma sono quasi sicuro di non sbagliare, alle donne che tornavano a casa dalla Seda e dalla NIVEA, dove appunto il turno serale finiva alle 22).

Quindi qualcuno a Gerenzano, probabilmente fino agli anni '30, età in cui Serafino aveva circa 15 anni e quindi era ancora ragazzo, intagliava le zucche a mò di lümera. Purtroppo Serafino non indica con precisione se ci fosse un giorno in particolare nel quale la zucca venisse intagliata, ma certamente possiamo dedurre che il periodo fosse quello autunnale, vista la stagionalità di tale frutto della terra, e quindi come data potremmo essere vicini al 31 ottobre.

E soprattutto possiamo immaginare che l'intaglio della zucca e il posizionamento di un lumino all'interno, non fosse stata un'idea nata al momento da Serafino, ma molto probabilmente era un'usanza di cui lui era a conoscenza e ancora in uso a Gerenzano in quegli anni. Forse era comunque una credenza che stava andando a scemare, visto che gli anziani da me intervistati nel corso dell'ultimo decennio, e quindi più giovani di Serafino, non ne hanno mai sentito parlare o non ne hanno ricordo.

Non avremo mai probabilmente la certezza dell'uso delle lümere a Gerenzano nella notte della vigilia di tutti i Santi, ma personalmente penso che la testimonianza di Serafino indichi, senza ombra di dubbio, che le lümere venivano fatte anche nel nostro paese, e più in generale nel nord Italia come già indicato da altre fonti. Con buona pace dei detrattori dei punti di incontro e similitudini tra tradizioni locali e tradizioni estere e di usanze che a noi non appartengono (anche se, ribadisco, l'attuale festa di Halloween per come viene festeggiata in Italia, è secondo me priva di ogni significato, la deriva consumistica ha in parte sovrastato il vero significato di questa ricorrenza, ma comunque per me ognuno è libero di vivere questa notte come vuole).

P.S. prima di essere tacciato come miscredente, agnostico, ateo o altro ancora, faccio presente che sono cristiano cattolico. Semplicemente, forse mi piace di più rispetto ad altri miei correligionari, approfondire aspetti, feste, costumi, usanze e tradizioni non dettati esclusivamente da ciò che viene riconosciuto dalla Chiesa cattolica.

E lasciatemi aggiungere che all'epoca in cui Serafino era un ragazzo, ma anche molto prima, la Chiesa, la fede, il prete locale, erano sicuramente tra i punti fermi dell'esistenza di una persona, si era molto più credenti nei valori cristiani rispetto ad oggi, mentre oggi molti si sono allontanati dalla religione cristiana. Questo per dire che l'intaglio della zucca, il suo particolare utilizzo e significato nella notte del 31 ottobre, veniva fatto da chi era anche credente, e veniva probabilmente accettato dalla Chiesa (locale) in quanto retaggio di costumi e usanze contadine che si perdevano nella notte dei tempi. Ricordiamo che praticamente fino a metà dello scorso secolo, preti, contadini e terra si fondevano in un'unica realtà sociale, dove preghiere e "credenze" pagane, a loro volta, si fondevano le une con le altre (ricordando poi che buona parte delle feste che noi cristiani celebriamo, derivano da antiche feste pagane, a cui la Chiesa ha cambiato nome e a volte anche significato).

Buona lümera a tutti...

martedì 18 ottobre 2022

Mondo contadino: la rüdera e il rüd...

Negli scorsi giorni, sul mio profilo Facebook, in un post ho usato la parola rüdera.

Molti, in privato, mi hanno chiesto cosa sia la rüdera. Molto semplice: la parola rüdera (o anche ruera nel dialetto milanese, come indicato da Cletto Arrighi nel suo dizionario italiano-milanese del 1896 edito da Hoepli), deriva da rüd, ovverosia lo stallatico (letame) di bovino (ma anche equino).

La rüdera era quindi una specie di fossa quadrata larga mediamente 2x2 metri e profonda circa 1 metro. Era presente ed ancora in uso nelle case e corti dei contadini almeno fino alla fine degli anni '60 del secolo scorso. In essa veniva quindi messo il rüd che sarebbe servito come concime per l'orto di casa (venivano messi anche gli scarti di origine vegetale e animale che servivano per la preparazione di pranzi e cene, era praticamente come un grosso contenitore del nostro attuale umido, una compostiera).

Come detto prima, il rüd era comunque composto principalmente dagli escrementi bovini, ed era da preferire "maturo", ovverosia con qualche abbondante mese di fermentazione sulle spalle. Questo perché gli eventuali semi di erbe o simili che venivano mangiati dagli animali, nel caso di rüd maturo sarebbero stati ormai già in decomposizione e quindi non più "presenti". Nel caso di rüd giovane, invece c'era la possibilità che tali semi fossero ancora integri, e quindi c'era il rischio che, mettendo il rüd giovane nelle prose dell'orto, crescessero indesiderate erbe infestanti.

Il rüd a casa mia è sempre stato presente nel momento primaverile in cui si vangava l'orto per la nuova stagione, fino al 2011, ultimo anno in cui mio padre fece lui l'orto prima di morire l'anno successivo (io invece sono passato ad utilizzare lo stallatico pellettato in vendita nei garden, ma ahimè non è la stessa cosa).
Lo ordinava dal Peppino Zafaron di Gerenzano. A metà marzo la scena che si ripeteva sempre tutti gli anni, era la seguente: nella parte anteriore del viottolo d'ingresso di casa mia, mio padre (ma ancora prima mio nonno), stendeva un largo telo di juta (o cellophane nei tempi più recenti) per non sporcare per terra. Arrivava il Zafaron con trattore e rimorchio, entrava in retro nel viottolo, alzava il rimorchio, e il rüd cadeva per terra sul telo. Chi ha conosciuto mio padre, sa che era una persona molto scrupolosa e corretta. Prima dell'arrivo del Zafaron, avvertiva i vicini di casa che per qualche ora avrebbero purtroppo sentito cattivo odore, e si scusava sempre con loro cento volte, dicendogli anche di tenere chiuse le finestre (questo perché il rüd appena scaricato, era momentaneamente posizionato in prossimità delle finestre dei vicini).

Finito lo scarico del rüd, mio padre si armava di forcone e carriola, e dopo svariati "viaggi", il rüd era tutto stipato nella rüdera posta nel retro della mia casa, andando a formare "la mòta dul rüd", e pronto per essere utilizzato.

Già, ma come avveniva il suo interramento nelle prose dell'orto? C'erano due tecniche, simili ma leggermente differenti.

Prima tecnica

Il rüd veniva steso sulla prosa, ricoprendola per la sua interezza. Poi con la vanga si iniziava l'operazione di vangatura. Si sputava su entrambi le mani in modo da avere una presa più salda sul manico in legno della vanga, si inseriva con forza la vanga nel terreno aiutandosi con il piede appoggiandolo sul filo superiore della stessa, con le braccia si sollevava la vanga con sopra il terreno, e con un veloce movimento si ribaltava vanga e terreno, in modo che il rüd posto inizialmente in superficie, finisse così invece sottoterra.
Lo svantaggio del mettere il rüd all'inizio su tutta la prosa prima di vangare, comportava però il fatto di sporcare "i zòcar" e i piedi di letame, perché si vangava sulla prosa andando all'indietro, quindi schiacciando il rüd non ancora interrato. Viceversa, non era possibile posizionarsi dalla parte appena vangata, perché si sarebbe schiacciato con il proprio peso la parte di terreno appena smossa e resa "soffice”.

Seconda tecnica

La prosa non veniva ricoperta di rüd come nella prima tecnica. Semplicemente si dava il primo colpo di vanga nel terreno, spostandolo di qualche decina di centimetri. Nel buco creatosi, si andava quindi ad inserire con il forcone dei pezzi di rüd. Con la vangata successiva, si andava a coprire il rüd appena messo. Questa seconda tecnica è quella che da sempre è stata usata a casa mia.

Insomma, questa è un po' la spiegazione e la storia della rüdera, del rüd e del loro utilizzo... Per dovere di cronaca, anche i liquami di origine umana presenti nei pozzi neri delle case venivano usati come concime (chi non ha mai sentito parlare della famosa "careta du la bonza" che spargeva tali liquami nei campi...). Leggete qui , cliccandoci sopra, questa simpatica storia dei tempi passati raccontata da mio padre, relativa al "sommelier de la ganga”…

La rüdera di Casa Carnelli, vuota ed inutilizzata da anni



La mòta dul rüd - immagine presa da internet

giovedì 11 marzo 2021

Bosco del Lazzaretto di Gerenzano - marzo 2021

 


Questo era uno dei sentieri più belli dei boschi gerenzanesi. Seppur lungo solo un centinaio di metri circa, ti avvolgeva in un'atmosfera particolare, quasi paterna, avendo grossi fusti di robinia ai lati che ti accompagnavano da un capo all'altro delle sue estremità. Ed in questo periodo, il boschetto del nostro sentiero in questione, è un tappeto fiorito di anemoni bianchi appena sbocciati. Una fonte anonima mi ha segnalato sul mio blog che in parte il boschetto è stato abbattuto in questi giorni. Mi sono quindi recato sul posto, ed effettivamente non posso fare altro che confermare. La parte in prossimità della strada lato posteriore che conduce alla piattaforma ecologica, è stata praticamente rasa al suolo.

È un peccato a mio parere, in quanto il bosco in questione è quello conosciuto come "il bosco del Lazzaretto" (una volta la zona boschiva era molto più ampia, e sicuramente il "bosco del Lazzaretto" comprendeva altre parti vicine), il quale per i gerenzanesi, ha una valenza religiosa e storica. Qui probabilmente vennero sepolti i morti locali causati dalla peste "manzoniana", e qui, fino a circa una cinquantina di anni fa, si veniva in processione partendo dalla chiesa parrocchiale. Sul luogo (un campo di fronte al boschetto), era presente un’ara con una colonna sormontata da una croce (l’ara è quella ora posta nel cortile interno del Municipio di Gerenzano), di epoca molto antica.

Probabilmente il proprietario ha deciso di “pulire” per bene il bosco, magari immagino anche a causa di un’eventuale instabilità di alcune piante, spiace perché il luogo perde sicuramente di fascino. Sia chiaro, non sono assolutamente contrario al fatto che si faccia manutenzione ai boschi, anzi deve essere eseguita per eliminare rovi, infestanti in eccesso, eventuali alberi malati e diradamento degli stessi (in passato tutti i “paisan” proprietari di boschi la eseguivano). La mia vuole essere solo un'osservazione su cosa è avvenuto in un luogo "storico" gerenzanese, magari dovuto anche a cause di forza maggiore,  non è un’accusa, ci mancherebbe altro! Bisognerebbe conoscere la motivazione reale per cui è stato fatto il taglio, tenendo anche conto che seppur facente parte del Parco dei Mughetti, nell’area in questione le opere di taglio colturale dei boschi sono ammesse previa denuncia agli enti preposti. Consideriamo che qualche anno fa, la stessa sorte, anche se in maniera minore, era toccata sempre al medesimo bosco nella parte recintata all'interno del Parco degli Aironi, dove la caduta di alcune piante aveva rovinato la recinzione metallica e soprattutto creava pericoli per la sicurezza di persone e animali del parco. Nella maggior parte dei casi, quando si esegue questo tipo di intervento invasivo, risulta purtroppo necessario...

Dispiace perché in passato si era anche parlato di valorizzare il luogo, con il riposizionamento dell’ara e di pannelli didattici che spiegassero la storia del Lazzaretto (a meno che il tutto non rientri in quest’ottica e questi lavori siano in previsione di una futura riqualificazione dell’area, cosa che francamente spero).

Ho sempre immaginato che le piante presenti nell'area del Lazzaretto, rappresentassero un po' le "lapidi" dei morti di peste dell'epoca. Ma ora, purtroppo, parte di quelle "lapidi" sono andate perdute…

Storia del Lazzaretto eseguita dalla Proloco di Gerenzano e pubblicata su “Il nostro Comune” nel settembre 2014

La memoria dei nostri Luoghi: “IL LAZZARETTO” di Gerenzano

Una leggenda: Và a vonges (vai a ungerti)

Così recita uno sgarbato detto milanese che trae le sue origini da un fatto singolare: si riteneva che la peste del 1630 a Milano venisse diffusa prevalentemente dai cosiddetti untori, di manzoniana memoria.

“Untori“: così erano definiti quegli uomini che venivano indicati dal popolo come posseduti dal demonio e da esso incaricati di ungere le porte ed i muri delle case con malefici unguenti per contagiare e spargere la peste. Si riteneva che questi “unguenti” fossero dei composti a base di sterco umano, cenere, topi e altri pericolosi veleni.

Si racconta:” ….Era noto un antidoto alla peste, la cui ricetta fu estorta con la tortura ad un untore, … “, che poi fu impiccato a causa delle gravi accuse mossegli.

Come la ricetta dell’antidoto recitava, questi dovevano essere gli ingredienti:“….cera nuova once tre, olio d’oliva once due; olio di Hellera, olio di sasso, foglie di aneto, orbaghe di lauro peste, salvia, rosmarino, once mezza per ciascuno; un poco d’aceto.Far poi bollire il tutto riducendolo a una pasta con la quale ungere le narici, le tempie, i polsi e le piante dei piedi ma solo dopo aver mangiato cipolle, aglio e bevuto aceto ...”

La storia

Il Lazzaretto sorge come luogo di sepoltura dei morti delle grandi pestilenze che hanno interessato tutto il Ducato di Milano prima nel 1576-1577, e successivamente dal 1629 al 1632, come descritto dal Manzoni nei Promessi Sposi. L’uso di seppellire i morti in zone discoste dal paese è generalmente invalso in tutte le comunità della Lombardia: una colonna con la croce veniva posta “in memoriam” a qualificare la sacralità del luogo.

A Milano il Lazzaretto ha avuto dimensioni colossali: ancora oggi ne resta una piccola parte in via San Gregorio e la Cappella centrale in Via Lecco.Anche a Gerenzano si è dovuto creare un Lazzaretto ove seppellire i morti di peste, lontano dall’abitato.

Del Lazzaretto si hanno poche notizie storiche: si trovava nei pressi della Cascina Inglesina e si raggiunge percorrendo un piccolo sentiero nel bosco, proprio di fronte al sentiero che conduce alla cascina.Questo è l’unico elemento identificativo oggi rimasto in quanto la radura ed i suoi confini sono ormai quasi cancellati e nascosti tra rovi e infestanti robinie

I ricordi

Nella memoria dei gerenzanesi il Lazzaretto ha sempre mantenuto un posto privilegiato; nei loro ricordi era costituito da uno spiazzo nel bosco: una radura al centro della quale era posta una colonna con la croce. I vecchi di Gerenzano ben ricordano come, fin dopo la seconda guerra mondiale, all’alba delle domeniche delle rogazioni di primavera, si andasse in processione al Lazzaretto e dopo una preghiera ed un giro di orazioni intorno alla croce, si ritornasse in parrocchia per la Santa Messa. Anche nei casi di clima avverso, quando si faceva un triduo propiziatorio, prima si andava in processione a pregare al Lazzaretto; il giorno dopo a san Giacomo; ed infine al Cimitero. Il Lazzaretto, con la sua radura, costituiva una sorpresa per chi camminava nel bosco fitto, invitando alla sosta e alla meditazione presso la colonna di pietra. L’ara su cui poggiava la colonna si trova attualmente all’interno di spazi municipali: la vecchia colonna in parte è stata recuperata ma della croce non si ha più notizia. Un luogo così significativo per Gerenzano costituisce ancora una memoria importante che dovrà essere mantenuta e recuperata prima che un velo d’oblio lo cancelli definitivamente. Per questo la Pro Loco di Gerenzano ha presentato all’Amministrazione una ipotesi di riqualificazione del sito affinché il luogo torni ad essere una memoria viva ed essere ancora una meta per i Gerenzanesi.

Storia dell’ara che era presente nel Lazzaretto (ora al centro del cortile interno del Municipio) – tratta da “L’Alto milanese, terra di culti” di Antonio Sartori – Mélanges de l’École française de Rome – Antiquité - 1992








L'ara posizionata ora nel Municipio di Gerenzano


La precedente ubicazione dell'ara nel Municipio di Gerenzano



L'ubicazione del bosco del Lazzaretto sulla mappa del Catasto Teresiano del 1722 (mappa aggiornata con l'indicazione della posizione della colonna del Lazzaretto, inserito nel riferimento catastale n° 502 pari a 1,6 pertiche, denominato "Pascolino del Lazzaretto del Comune" - indicazione di Mauro Ghirimoldi)



L'ubicazione della colonna del Lazzaretto su mappa del 1788, indicata in una zona completamente boschiva


Bosco del Lazzaretto - 1954





Bosco del Lazzaretto - 1975


Bosco del Lazzaretto - 1998



Bosco del Lazzaretto - 2012



Cartina del 1807, dove viene indicata una località chiamata "Lazaretto" ubicata tra Cerro, Rescaldina e Legnano (tratta da "La Cascina Olmina in Legnano - storia e origini" di Giovanni Pedrotti)

Giovanni Pedrotti, sul suo scritto relativo alla Cascina Olmina di Legnano, ipotizza che la località denominata "Lazaretto" nella cartina, possa fare riferimento all'omonimo luogo di Gerenzano. A mio parere risulta difficile che lo possa essere, in quanto è sì vero che il Lazzaretto gerenzanese è ad ovest del nostro paese andando verso Rescaldina, ma nella mappa in oggetto, seppur con i suoi limiti ed errori "grafici" di posizionamento che possiamo immaginare avere, visto che risale al 1807, la località mi pare fin troppo spostata verso il legnanese, addirittura oltre Rescaldina e Cerro.

Per completezza d'informazione, il Pedrotti, in una successiva mappa della zona risalente al 1883, fa notare che la località "Lazaretto" è divenuta "Cascina Lazzaretto", ed è posizionata molto vicina a Cerro. Mi sento quindi di escludere categorigamente che tale cascina possa essere il Lazzaretto di Gerenzano.

Mappa dell'Impero Asburgico della zona a ovest di Gerenzano - eseguita durante la seconda campagna militare di rilievi (1806-1869)


Sono indicati:

  1. Lazzaretto di Cislago (divenuto poi l'attuale cimitero)
  2. Cislago
  3. Chiesa di Santa Maria Inziata (Santa Maria della Neve - Cislago)
  4. Cascina Massina
  5. Osteria della Fagnana (Fagnana)
  6. Turate
  7. Cà dei Pra (Turate)
  8. Bettolino di Gerenzano (osteria)
  9. Gerenzano
  10. Cascina Inglesina
  11. Fornaci (Gerenzano)
  12. Chiesa di San Giacomo (Gerenzano)
  13. Beata Vergine del Soccorso (Chiesa e cascina di Santa Maria del Soccorso - Uboldo)
  14. Cascina Girola (Uboldo)
  15. Darsena (identificabile come la darsena del lago Villani - Uboldo)
  16. Cascina Beretta (detta anche Cascinaccia - Gerenzano)

Curiosamente è indicato il Lazzaretto di Cislago ma non quello di Gerenzano.

Ul Lazzarett in dialetto, di Mauro Moretti


Foto del bosco del Lazzaretto disboscato












Anemoni bianchi in fioritura nel bosco del Lazzaretto




Un'interessante estratto dal libro "Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia" del 1876, dove viene indicato anche il Lazzaretto di Gerenzano

Si parla delle rendite da inserire nel debito pubblico dovute al passaggio dei beni immobili degli enti morali ecclesiastici, come deciso dal Regio Decreto n° 3312  serie seconda, firmato da Vittorio Emanuele II, e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno in data 13 ottobre 1876.

Nell'elenco proposto di seguito, viene menzionata la relativa rendita della "Fabbriceria della Chiesa Parrocchiale" per il Lazzaretto dei morti sito in Gerenzano.





domenica 7 giugno 2020

Requiem per via Rovello...

Sabato 6 giugno 2020 è avvenuta la chiusura di via Rovello in corrispondenza dell'attuale passaggio a livello.

Prima…


Dopo…
Chiusura determinata dall'apertura del nuovo sottopasso veicolare/ciclopedonale tra Gerenzano e Turate, che si prefigge di eliminare, per ragioni di sicurezza, i passaggi a livello esistenti tra i due paesi, oltre ad evitare le interminabili code di automobili che si formano in prossimità della stazione.
Lo studio di quest'opera, voluta da FNM, risale ad almeno una ventina di anni fa, e dopo alcune revisioni di progetto e/o stralci di alcune parti decise di comune accordo con le due amministrazioni comunali, ha preso l'attuale conformazione finale: dalla rotonda della stazione lato Gerenzano, si gira verso destra in via Biagi, si costeggia la ferrovia, si scende nel sottopasso verso sinistra, e si risale su di una lunga strada che attraversa la campagna e porta a congiungersi con Turate.
Ma non è il sottopasso il punto su cui voglio focalizzarmi (anche se egoisticamente non mi piace, perché "butta" a ridosso di casa mia una notevole quantità di traffico e quindi smog e rumore, oltre a sacrificare altro verde), ma bensì la chiusura di via Rovello. Molti sapranno che io abito in questa via, ci sono nato e cresciuto, e quindi logicamente vi sono molto "attaccato". So praticamente vita, morte e miracoli della mia via, ne conosco ogni metro, anfratto e sasso. La percorro tutti i giorni, vedo l'evolversi dei suoi campi durante le stagioni, le facce dei suoi residenti, le splendide immagini che regala con la visione dei monti lariani e varesini. Ad essa, quando "indosso" i panni di domozimurgo, ho addirittura chiamato in suo onore la Pilsner da me prodotta, la "Via Ruvell"!

Nell'ormai lontanissimo 1884, via Rovello subì il primo "sfregio": la costruzione della linea ferroviaria Saronno-Vedano Olona, poi prolungata fino a Laveno, tagliò in due la strada, facendola rimanere comunque percorribile attraverso un passaggio a livello.
A distanza di ben 136 anni, via Rovello muore. Sì, muore, perché l'eliminazione del passaggio a livello e la chiusura della strada ne determinano la fine nella sua interezza. La strada rimarrà divisa in due tronconi, il primo sarà quello lato Varesina, l'altro sarà quello che va verso l'A9, che costeggiandola, sbuca sulla rotonda del Tigros. Decade quindi l'utilità di collegamento diretto che aveva l'intera via con il paese, e non da meno, la componente sociale che può avere una strada tra i suoi residenti a livello di rapporti umani e di vicinato!
Se finora era possibile, tramite "due passi", incontrare i vicini di casa al di là della ferrovia attraversando il passaggio a livello, d'ora in poi sarà fattibile solo facendo un lungo giro.
Se finora un residente nel tratto lato A9 che deve raggiungere in auto il centro paese può arrivarci velocemente passando per il lato della Varesina, d'ora in poi potrà farlo solo facendo un lungo giro.
Se finora un residente nel tratto lato A9 deve raggiungere in auto Turate, d'ora in poi potrà farlo solo facendo un lungo giro.

La chiusura della via porta a pagare, inevitabilmente secondo me, un prezzo "piuttosto" alto a livello di viabilità per i residenti lato A9, alcuni dei quali posso assicurarvi non esserne propriamente felici. Anche se, lasciatemelo dire, osservazioni ed eventuali reclami andavano fatti in fase di presentazione del progetto del sottopasso, lamentarsi ora è praticamente inutile.

Via Rovello per i suoi abitanti e vicini di zona, ha sempre rappresentato una valvola di sfogo, soprattutto durante le serate estive: ci si inoltrava lungo la via, spingendosi fino al ponte dell'autostrada e anche oltre verso Rovello, per fare due passi dove rilassarsi in mezzo alla campagna, o più semplicemente per cercare un po' di fresco scappando dalla calura estiva.
E mi ha fatto molto piacere, in queste ultime settimane dove si è potuto tornare a circolare liberamente dopo la chiusura dettata dalle restrizioni dovute al COVID19, il vedere tanta gente che a piedi, in bicicletta, con bimbi o cani hanno scoperto o riscoperto via Rovello, facendo lunghe passeggiate. Tante persone, mentre lavoravo nell'orto di casa, si sono fermate a chiedermi informazioni sul perché la via verrà chiusa, riconoscendo ad essa una particolare bellezza di via periferica, tranquilla, che porta e finisce in un dedalo di strade e stradine di campagna dove poter "assaporare" profumi e colori dei campi agricoli. Oppure molti l'hanno scelta come nuova "pista" di allenamento per la corsa, arrivando a lambire il confine con Rovello, preferendola all'ormai "troppo battuta" pedonabile che porta al Parco degli Aironi e all'anello interno del parco stesso.

Quel che a me mancherà, saranno sicuramente i rapporti sociali quotidiani con i miei vicini di casa d'oltre ferrovia, il chiacchiericcio quotidiano sulla vita di ogni giorno, lo scambio di battute, impressioni e consigli sui rispettivi orti, facendo a gara su chi ce l'ha più bello, il raccontarsi "zabettando" di cosa è successo o ha combinato "tal dei tali", etc. Per non perdere queste abitudini, cercherò di fare un po' di moto inforcando la bicicletta, andando ad imboccare il sottopasso per uscire in via Rovello lato A9. Dovrò quindi fare un giretto più lungo, roba che in linea d'aria invece attraversando l'attuale passaggio a livello, saranno 50 metri!

E "romanticamente" mi mancherà anche il suo passato! Si chiude un'epoca dalla quale riaffiorano i ricordi: le passeggiate fino al ponte dell'autostrada da piccolo con i miei nonni, i giri in bici, le discese con lo slittino con la neve nel campo dopo villa Buraschi, i "muròon" del campo del "Purcinela", il "Purcinela" stesso, il viavai di trattori e attrezzi agricoli di tutti i tipi ed epoche, i Gnuz con carro e biciclette, "ul Guzett" e sua moglie Mariagiulia, che mi diceva sempre che vedendomi lavorare nell'orto gli sembrava di rivedere mio papà. Le battute in cerca di "gambe secche", vesce e prataioli con gli amici di via Moneta, il campo di calcio con le porte in legno costruito dai residenti di via Moneta in prossimità del ponte dell'autostrada, "ul Luisin", l'Antonietta, l'Angelina e la Teresina, il campo del "Luisin", dove di fianco c'era quello del Carmelo, il Vito, l'Ezio, i papaveri e i fiordalisi di cui i campi di via Rovello erano pieni. Il clanck-clanck meccanico delle campanelle delle barriere che si abbassavano, il Rocco parrucchiere che rimase chiuso nel passaggio a livello con la sua macchina, la "Maria Cincent", i "Caramela", "ul panciotino" con la sua Opel Rekord gialla, il Volontè e la sua rimessa di bus, i racconti dei miei nonni sui partigiani che in tempo di guerra, percorrendo la via, andavano ad assaltare le macchine dei fascisti in fuga al ponte dell'autostrada per rapinarli, la Maria Nuara, i mitici Guido e Giuseppina, l'Angiulina, la Maria Bona, i Patrini con i loro boxer e la loro immensa pianta "da scires", l'O.R.A.I Italia e le sue leggendarie barre di uranio.
E tanti, tanti altri personaggi e storie che la mia memoria porterà sempre con me...

Con la chiusura di via Rovello, si pone tristemente fine alla secolare storia della strada stessa. Nel Catasto Teresiano del 1722, essa era già presente, quindi di sicuro ha almeno minimo tre secoli di vita. Possiamo quindi dedurre che la strada esisteva già ben prima dell'anno di redazione di questa mappa, e probabilmente era una strada di gran passaggio di uomini e merci, visto che collegava i due paesi.

Nelle immagini seguenti, potete vedere via Rovello rappresentata nella mappa del Catasto Teresiano, in una risalente a metà 1800, e in un'altra del 1943. Vi ho aggiunto alcuni riferimenti e descrizioni in rosso per far capire dove la strada verrà chiusa.
Per la mappa del Catasto Teresiano del 1722, desidero ringraziare il geometra Sergio Garbelli, gerenzanese DOC, che me l'ha fornita.
Le mappe di metà 1800 e del 1943 invece appartengono all'Archivio Storico Mario Carnelli.

MAPPA DEL CATASTO TERESIANO RISALENTE AL 1722
Dalla mappa si nota che l'attuale Varesina non è stata ancora costruita, e di conseguenza neanche l'osteria del Bettolino.

MAPPA RISALENTE ALLA META' DEL 1800

Dalla mappa si nota che l'attuale Varesina e il Bettolino sono già presenti, manca ancora la ferrovia che verrà costruita, come detto in precedenza, nel 1884. In via Rovello, si può notare la diramazione della strada consorziale detta del Bosco Castano. Questa stradina di campagna esiste ancora oggi. 
MAPPA DEL 1943
Dalla mappa si nota la presenza della ferrovia, della Varesina, dell'autostrada A9 e delle fabbriche De Angeli-Frua, N.I.V.E.A., Calzificio Buraschi e Ri-Ri (quest'ultima in territorio turatese). La mappa intera è presente anche sul libro "Rimembranze gerenzanesi - parte seconda" di Mario Carnelli

Video chiusura sbarre passaggio a livello via Rovello

Il simbolo di via Rovello, il drago GERESAURO...
Presso la casa diroccata del civico 32 di via Rovello, si trova la vecchia targa recante il nome della strada. Rovinata nel corso degli anni da intemperie e sassate, la scritta lascia ormai il posto alla raffigurazione di una testa di drago coronata che sputa fiamme (alla destra della testa si può notare anche parte della coda del drago che fende l'aria). Tra gli abitanti della via, si è diffusa la leggenda che l'immagine rappresentata in questa targa sia quella di  un vero e proprio drago vivente, il Geresauro! Esso vaga di notte lungo la via Rovello e nei campi adiacenti, "fiammeggiando" contro ogni persona o cosa che gli si pari dinanzi! Ancora oggi qualcuno racconta che, percorrendo via Rovello in notturna, lo si possa incontrare o intravedere...
La raffigurazione del drago Geresauro sulla targa presente in via Rovello…

Vecchie foto di via Rovello
L'incrocio tra via Rovello e via San Giuseppe fotografato da casa Carnelli: era praticamente ancora tutta campagna (anni '30 - foto tratta dal manoscritto "Rimembranze gerenzanesi" di Mario Carnelli e Albino Porro)
Uno degli ultimi filari di gelsi presente nel campo del Purcinela - verrà poi sciaguratamente estirpato qualche anno dopo (1984 - foto tratta dal manoscritto "Rimembranze gerenzanesi" di Mario Carnelli e Albino Porro)
Lo stesso filare fotografato da altra angolazione
Foto aerea del 1954: si riconosce la Varesina, la ferrovia, via Rovello, N.I.V.E.A., De Angeli-Frua e Ri-Ri (foto tratta dal manoscritto "Rimembranze gerenzanesi" di Mario Carnelli e Albino Porro)

Via Rovello, le sorelle Turconi davanti ai "capp" (foto tratta dal libro "Rimembranze gerenzanesi - parte seconda" di Mario Carnelli)
Via Rovello, famiglia Turconi in posa per la foto - a sinistra si può notare una tavola per l'allevamento dei "cavaler", il baco da seta. Alle loro spalle si vede il filare di gelsi del campo del Purcinela e la cascina del Purcinela stesso (foto tratta dal manoscritto "Rimembranze gerenzanesi" di Mario Carnelli e Albino Porro)
Villa Buraschi, sede dell'omonimo calzificio (1984, foto tratta dal manoscritto "Rimembranze gerenzanesi" di Mario Carnelli e Albino Porro)
La "cà dul Baloeu" (1984, foto tratta dal manoscritto "Rimembranze gerenzanesi" di Mario Carnelli e Albino Porro)
Gioco "Trova le differenze tra le due foto" (in entrambe, il campo raffigurato è il medesimo)


luglio 2017
giugno 2020
Ciao via "Ruvell", forse un giorno tornerò a calcarti per intero, senza alcuna divisione...