venerdì 7 aprile 2023

La Rosa Boschirora, vecchie strade e stradine di Gerenzano e la conduzione dei boschi secondo il marchese Federico Fagnani...

Il racconto del particolare lavoro di una donna che abitava nel rione BURGHETT a cavallo della metà dello scorso secolo, si intreccia con le vecchie strade di Gerenzano, finendo a parlare poi di come dovevano essere condotti e mantenuti i boschi secondo il marchese Federico Fagnani...

La Rosa Boschirora

Dai ricordi personali di Carolina Pigozzi, abitante in via Brera agli inizi degli anni '50.

La Rosa era una donna piccolina, quasi minuscola, ma dotata di un'energia e forza non comuni.

Abitava in via Brera, ed era soprannominata in dialetto la "boschirora", la boscaiola. Infatti, si può dire che il suo lavoro principale era il taglio e la pulizia dei boschi. Profonda conoscitrice del territorio gerenzanese e delle varie tipologie di piante in esso presenti, era riuscita a tessere un giro di profonde conoscenze con tutti i proprietari dei boschi tra Gerenzano, Massina e Rescalda. Essi affidavano a lei il taglio delle piante vecchie o malate / morte, e l'eliminazione dei giovani polloni che "sbucavano" dal terreno. Carpini, faggi, pioppi, querce, robinie, pini, castagni e betulle venivano inquadrati dagli occhi arguti della Rosa, la quale sentenziava: "quest chi l'è giuìn, lasemalal stà, quest chì al va ben, ga démm 'na tajada, quest chì l'è mort, via, al tajum", etc.

Le battute di "caccia alla legna" della Rosa Boschirora si svolgevano principalmente durante a partire dai mesi primaverili inoltrati, dove era più facile determinare eventuali piante morte, le quali non presentavano nuovi getti di verde, e perché vi era già la presenza dei polloni da tagliare. Presumo che Rosa conoscesse anche le tempistiche di taglio delle piante in base a luna crescente o calante (generalmente, le piante vanno tagliate in luna calante, ma qui entriamo in un dibattito che sarebbe molto più ampio da affrontare, e soprattutto le credenze sull'influenza della luna, in questo caso sul mondo vegetale, ancora oggi generano accese dispute tra scienza stessa e cultura popolare contadina).

L'andare a fare la legna diveniva quindi una vera e propria processione che partiva da via Brera e andava verso i boschi a ovest di Gerenzano (che iniziavano in località detta "dul Mòr", del Moro - proseguendo nella lettura capirete l'ubicazione di questa località). Processione, perché assieme alla Rosa Boschirora, di buona mattina, si univano le donne della via con una nutrita presenza di bambini, tra cui anche Carolina Pigozzi, ai tempi una fanciulla. Armate di sigurìn (accette), fulcìtt (roncole) e reseguni (seghe) riposte sulle vecchie carriole di legno, attraversavano campi e strade sterrate di Gerenzano, cantando le nenie di quei tempi sotto gli sguardi curiosi dei "paisan", che iniziavano a fare "ul mageng", il primo taglio dell'anno del fieno, tra una fila e l'altra di filari di gelso, ancora esistenti in abbondante numero a quei tempi nelle nostre campagne.

Paisan mentre taglia il fieno con la "ranza"...

Il lavoro era faticoso, la Rosa Boschirora dava tutte le indicazioni del caso alle donne sui lavori da svolgere, aiutandosi le une con le altre, mentre i bambini giocavano tra loro. Anche ai bambini però veniva affidato un compito: quello di raccogliere polloni e rami piccoli tagliati, raggrupparli e legandoli in modo da creare "fassìn" e "fassìnett" (fascine e fascinette). 

A mezzogiorno si pranzava tutti assieme all'ombra. Ma cosa mangiavano? La risposta di Carolina è stata molto semplice: le donne portavano da casa la classica "ramina" (che potete vedere nella seguente immagine), nella quale si trovava un bel minestrone! Questo era il praticamente il loro pranzo.

Palio di Turate 1980. Rievocazione storica di un gruppo di operaie del "Cuton" con in mano la "ramina" - foto tratta dal libro "Rimembranze gerenzanesi" volume I

E dopo avervi mostrato la "ramina", lodiamo con una poesia dialettale il suo contenuto, il minestrone! Poesia tratta dal libro "Rimembranze gerenzanesi" volume II - autore della poesia sconosciuto.

“UL MINESTRON”

Che nom propi da cà,
Pien da prüfum d’un temp,
parli dul temp di noni
da forsi cent ann fa.
Alûra i eran famili!
Un ròsc da fioeu,
e marì e mièe,
e biàdigh e neùd,
e pö gh’era i regiùu,
düü tipi sempar in pista.
Sa ga dava dal vü,
par ul gran rispett.
 
E ben ul minestron
l’era la previdenza
par tüta la cumbrìcula,
la vera sulüzion
dal pussèe gran prublema.
In fund l’era be lü,
a tignì in pèe la cà,
baràca e büratìn,
senza tanti da pü.
 
Un barbuton tremendu,
un rangugnon intrepid,
par ur e ur e ur
sül camìn bell pizz.
E i fasoeu a saltà,
e ul coverc a sbatt,
a bufà cumè a dì:
- Sa vurii, l’è inscì
i verdür, si sa mett
sa sa, i è pegg di donn,
un cungress da quii giüst.
 
Finalment a taula.
Da scià, da là i regiùu,
inturnu tütt al sêguit,
in mezz ul pignaton
cun dentar ul minestron.
Che prüfum sa spànd,
al slarga ul coeur,
ul fiàa!
Un bel segn da crûs
e avanti…
 
Silenzi!
L’è un ritu patriarcàl
E ringrazièm ul ciel,
e ringràzièm la téra,
che da al cent par cent,
cumè ‘na vera màma.
 
E dumàn e dopudumàn
e tütt i dì du l’ànn,
da càp cul minestron,
ul piatt tradiziunal,
ul piatt di patriarca,
sempar bon, sempar quel,
cumè la previdenza.

Ma non c'era molto tempo per pranzare, ci si rimetteva subito tutte al lavoro, e verso le 17, riempite le carriole (che sicuramente non erano leggere), rientravano verso casa stanche ma a loro modo felici (soprattutto i bambini), per aver comunque passato una giornata tutti assieme.

L'approvvigionamento delle legna a quei tempi era molto importante, perché serviva per il focolare domestico e per alimentare le vecchie stufe da cucina a legna (più raramente si usava il carbone, il quale aveva costi maggiori e lo si comprava dai "carbunitt"). Per risparmiare comunque sia sulla legna che sul carbone, a volte li sostituivano con palle di carta che venivano immerse nell'acqua e poi messe ad asciugare al sole nei mesi estivi, oppure bruciavano i ricci delle castagne. Entrambi erano ottimi combustibili alternativi ai primi due indicati.

Carolina mi ha anche raccontato con molta precisione le strade che percorrevano da via Brera per arrivare ai boschi gerenzanesi. Allora ho provato, per curiosità e per "gioco", aiutandomi con una mappa risalente a circa quell'epoca (1949), a rintracciare queste strade e stradine. Strade che al giorno d'oggi in parte sono cambiate a livello di toponomastica, in parte sono state ampliate, e chiaramente ora sono quasi tutte asfaltate (la maggior parte delle strade a quell'epoca erano ancora tutte in terra battuta). Perdonatemi se le immagini non saranno chiarissime, ma ho dovuto fare un po' di collage "manuale" con le varie tavole topografiche.

Inoltre Carolina mi ha detto che a volte facevano due percorsi diversi. Nell'immagine d'insieme seguente, ve li ho rappresentati in giallo ed in arancio. Noterete che comunque buona parte dei due percorsi è in comune.



PRIMO PERCORSO (GIALLO)

Quindi, come detto partivano da via Brera. La via Brera, a quei tempi, era una strada che laterale di via XX settembre, faceva una curva a destra a gomito di 90°, e "sbucava" sulla Varesina. Il tratto che andava dalla curva a gomito alla Varesina, è l'attuale inizio di via Torino. Via Brera quindi non proseguiva come lo è attualmente fino all'incrocio con via Galilei. Questa parte della via non esisteva, erano solo campi, i quali degradavano verso un'altimetria più bassa rispetto alla zona di partenza di via Brera - lato via XX settembre. Percorrendo quindi qualche decina di metri nei campi (probabilmente vi era comunque una piccola stradina di campagna), la nostra comitiva di "boscaiole" incrociava la strada consorziale detta Vedova. Sarebbe curioso capire il motivo di questo strano nome per questa stradina. Ipotizzo che fosse chiamata così perché da un lato non aveva sbocchi e finiva nei campi, oppure perché magari attraversava proprietà di qualche donna locale rimasta "vedova" negli andati anni o addirittura secoli precedenti. Via Vedova è parte dell'attuale via Galilei e Pio XI.

Arrivavano quindi all'incrocio con via della Fagnana (attuale via Roma), e giravano a destra su di essa.

IMMAGINE 1

La posizione di via Brera e il senso di partenza della "processione"


IMMAGINE 2

Il proseguimento su via Brera, l'attraversamento dei campi, l'arrivo su via Vedova fino all'incrocio con via Fagnana


IMMAGINE 3

L'attuale conformazione delle vie odierne rispetto all'immagine 2



IMMAGINE 4

Facendo riferimento alle immagini 4 e 5 seguenti, continuavano a camminare su via alla Fagnana fino all'attuale incrocio con via Risorgimento (dove d'angolo c'è il supermercato Sigma), proseguivano dritto sempre su via Fagnana (che diventava l'attuale via Firenze), dove c'è ora la rotonda con via dei Casari giravano a sinistra in quest'ultima (che già a quei tempi aveva questo nome). Tratteggiata in verde, potete notare il pezzo di strada mancante dell'attuale via Risorgimento che arriva fino al cimitero (l'incrocio con via Risorgimento - angolo supermercato non esisteva ancora).


IMMAGINE 5

Nota per il lettore: tra le varie stradine indicate in immagine, segnalo anche via Pozzol (attuale via Santa Caterina da Siena). Curiosamente su due mappe antecedenti a questa (1855 e 1902), la stessa via è indicata come Pozzolo. Pozzol penso possa trattarsi di un probabile errore di trascrizione.



IMMAGINE 6

Nell'immagine 6 sotto potete notare il proseguimento del percorso su via dei Casari dall'incrocio con via Fagnana (via Firenze) - l'incrocio non appare visibile nell'immagine perche facente parte di un'altra tavola (fare comunque riferimento all'immagine 5). Si continuava poi in via detta Prado (attualmente diventata il proseguimento di via dei Casari).

Nota per il lettore: in mappa viene indicata via Prado. Curiosamente su due mappe antecedenti a questa (1855 e 1902), la stessa via è indicata come Prada. Prado possa trattarsi di un probabile errore di trascrizione.



IMMAGINE 7

Nell'immagine 7 l'arrivo all'incrocio tra via del Moro, via Massinetta (ora via Don Gnocchi), e via Prado (ora via dei Casari - questa zona di campi era denominata "Paradiso"). Proseguendo sulla sterrata del Moro, la strada si divideva in due: da una parte manteneva lo stesso nome, dall'altra diventava via delle Vigne. Curiosamente, anche l'attuale via Inglesina che parte dal "Grisela" ed arriva all'incrocio con via don Luigi Sturzo, era denominata ai tempi via delle Vigne. Entrambe le due strade, portavano alla zona boschiva a ovest di Gerenzano, conosciuta come località "dul Mòr", appunto del Moro. Moro ipotizzo faccia riferimento a eventuali poderi presenti in zona che erano in passato di proprietà di una persona chiamata il Moro (bisognerebbe avere sottomano l'esistente mappa, non in mio possesso, relativa ai possedimenti gerenzanesi di Luigi Canzi, molto più dettagliata rispetto a queste). Oppure faceva riferimento a un singolo e particolare gelso, in quanto in passato i gelsi erano chiamati anche mori (in dialetto mooròn), come indicato dal marchese Federico Fagnani in uno dei suo trattati sull'agricoltura.
I tracciati di via delle Vigne, via del Moro, via Prado e via dei Casari, erano comunque già indicati anche sulla mappa del Catasto Teresiano del 1722. Purtroppo, neanche la mappa del Catasto Teresiano però mi è stata d'aiuto per capire l'origine del nome Moro.



IMMAGINE 8

L'attuale conformazione delle medesime vie rispetto all'immagine 7. La cartografia di Google Maps indica ora via del Moro come parte dell'ex via delle Vigne. I proseguimenti di via del Moro e via delle Vigne sono delle semplici tracce (segnate da me con linee gialle).



SECONDO PERCORSO (ARANCIO)

Il secondo percorso condivideva con il percorso giallo le stesse strade partendo da via Brera fino all'incrocio di via Vedova con via Fagnana, evito quindi di ripetermi (fate comunque riferimento alle immagini 1 e 2).

IMMAGINE 9

All'incrocio tra la parte superiore tra via Vedova (via Pio XI) e via Fagnana (via Roma, si proseguiva diritto ancora su via Vedova, che sbucava in via Boarescia (via Quarto dei Mille e parte di via Risorgimento). Si imboccava poi via Fagnanella (la via interna che passa davanti al cimitero).

Mi piace immaginare che mentre passavano davanti al cimitero, qualche donna del gruppo abbia pronunciato uno dei detti gerenzanesi più famosi e simpatici: "Ul cimiter da Gerenzan l'è ul post in dua sa riposan sant, ladar, braui omm, disgraziàa, sguangie e tanti tanti cornùu!"


IMMAGINE 10

Superato il cimitero, si girava a sinistra in via Prado (o Prada), e si arrivava all'incrocio con via dei Casari, girando ancora a sinistra sul proseguimento di via Prado. La parte di via Prado che inizia da dietro il cimitero, attualmente in parte non esiste più, è stata eliminata con la costruzione del fabbricato con i nuovi loculi. Ne rimane solo una traccia tra i campi tra questi loculi e via dei Casari.



IMMAGINE 11

L'immagine 11 replica l'arrivo nella zona di via del Moro - via delle Vigne del percorso giallo, in quanto rimane il medesimo.


Avrete certamente notato che non viene percorsa, in entrambi i due casi, la via Boarescia (via Risorgimento), che in realtà era la più semplice e veloce per arrivare nelle zone boschive. Il motivo è semplice, spiegatomi direttamente da Carolina: a quei tempi la via Boarescia, che collegava Gerenzano a Rescalda, Rescaldina e proseguiva per Castellanza, era già percorsa da auto e camion (sia chiaro, con volumi di traffico molto ma molto minori rispetto all'attuale situazione). Ma la presenza di veicoli a motore, era per loro e per i bambini un motivo di pericolo. Ragion per cui, preferivano fare le stradine più interne nelle campagne.

Nota personale finale sul mantenimento dei boschi: al giorno d'oggi, tralasciando il fatto che la legna, dalle nostre parti, non viene più usata principalmente come combustibile per ottenere riscaldamento, parte del lavoro che svolgevano la Rosa e queste donne, non viene più fatto. Ovverosia la "pulizia" del bosco. Persone come la Rosa o come i vecchi proprietari di una volta dei boschi, eseguivano il taglio di piante malate o morte, ma anche di polloni, rovi e altri infestanti (il cosiddetto sottobosco), lasciando quindi "spazio" vitale solo a piante sane. Per contro, la rimozione del sottobosco, oggigiorno da molti è in realtà considerato un errore pratico ed ecologico (soprattutto in funzione di un corretto mantenimento del bosco e, paradossalmente, in funzione di prevenzione agli incendi).

Noi siamo abituati a "vedere" il bosco come una distesa orizzontale di piante. Ma analizziamolo in verticale. Troviamo una struttura complessa composta da tre "strati". A terra abbiamo lo strato di le foglie, dove i miei "amici" funghi saprofiti, oltre ad altri organismi, decompongono sostanze organiche "complesse" trasformandole in sostanze "semplici" che rientrano in circolo nell'ambiente. A metà altezza troviamo lo strato con i famosi "polloni", giovani piante che permettono il mantenimento delle ottimali condizioni di umidità e luce al suolo, dove lavorano i precedenti menzionati organismi "decompositori". In alto abbiamo invece le chiome degli alberi, la cui forza e saluta è direttamente collegata alla corretta funzionalità dei due strati inferiori appena descritti. "Pulendo" il bosco, andiamo ad alterare principalmente lo strato a terra e quello a mezza altezza, togliendo al bosco stesso una sua parte funzionale. L'ecosistema boschivo si andrà quindi ad indebolire.

Inoltre l'eliminazione del sottobosco porta ad avere fogliame che rimarrà sul suolo secco, senza la possibilità che esso venga decomposto. Il rischio è che, con il calore dei mesi estivi, in queste condizioni le possibilità di un incendio aumentano in maniera esponenziale, ottenendo l'effetto opposto di quello che si crede di fare con la "pulizia" del bosco.

La domanda a questo punto sorge spontanea: è meglio un bosco "pulito" o un bosco "integro" in tutte le sue componenti?

Concludo con alcune considerazioni del marchese Federico Fagnani, possidente di Gerenzano fino all'anno della sua morte (1840), riguardante la gestione dei boschi, tratte dal suo libro "Osservazioni di economia campestre fatte nello stato di Milano" - 1820.

"Sul governo dei boschi, parmi scorgere alcuni errori tra i quali primi d'ogni altro la riprovevole frequenza del taglio della legna cedua. Gli antichi statuti disponevano dovesse farsi ogni 10 anni, poi ridotto anche fino a 7 anni l'intervallo di tempo tra uno e l'altro taglio. Ora i tagli immaturi, quelli cioè che precedono il termine dei 10 anni scemano notevolmente la quantità della legna che in un determinato numero di anni si potrebbe trarre dai boschi. Per esempio, nel giro di novanta anni, il bosco tagliato ogni 9 anni avrà prodotto minor quantità di legna del suo eguale tagliato ogni 10, quantunque quest'ultimo, sarà tagliato una volta meno dell'altro, siccome lo dimostra un facile calcolo.

Un altro errore sembrami di osservare nel modo arbitrario, e fuori d'ogni regola, nel quale si procede al taglio degli alberi. I tagli si fanno ordinariamente a misura del bisogno di far denaro, ed ogni altra cosa viene posposta ad una tale considerazione. E così facendo si tagliano alberi alla rinfusa, senza punto per mente alla condizione futura del bosco. Quanto sia nocivo un tal costume alla conservazione e al miglioramento de' boschi si comprenderà agevolmente, qualora si considerino tre tipi di alberi: alberi maturi, alberi di bella venuta e alberi stentati, difettosi e decadenti.

Ora le buone regole, anzi il semplice buon sentimento prescrivono che si taglino gli alberi maturi, perciocchè decadono lasciandoli più lungamente in piedi; che si conservino gli alberi di bella venuta per le speranze che danno; finalmente che si taglino, o si svellano gli altri, i quali aduggiano il bosco e lo dimagrano senza speranza di profitto.

Sarebbe perciò una pratica lodevole, allorchè ricorrono i tagli annuali della legna cedua, il tagliare contemporaneamente così le piante mature, come quelle che non verranno mai da nulla, o che sono guaste e cadenti, serbando un maggior numero di giovani pianticelle (dette tra noi allievi) deviando in ciò dalla generale consuetudine, perciocchè in tal guisa ci ridurremo a migliorare notabilmente i nostri boschi, i quali da venti anni in qua vanno in decadimento, appunto per l'aspro, ed insensato governo che ne facciamo.

E qui si vuole notare che le piante stentate, ma giovani, debbono essere recise al piede perciò che hanno il vigore di gettare molli polloni che raffittiscono prontamente il bosco; mentre per lo contrario gli alberi maturi, e soprattutto quelli che cominciano a decadere debbono essere svelti per motivo che non producono polloni. Di più il padrone trae qualche profitto dalla radice svelta, e può piantare con buon successo, massime, se il bosco è rado, altre pianticelle e particolarmente la Robinia Spinosa che in quella terra smossa per l'estrazione della radice, e fecondità dalle zolle erbose, e dai rimasugli della pianta che ben presto imputridiscono prova assai bene, nonostante l'ombra ed il fresco della selva, che tanto nuocciono all'incremento delle altre giovani pianticelle, il che posso asserire fondandomi nella mia propria esperienza.
E qui sarebbe forse il luogo di dire alcune cose in lode di questa pianta, per inculcarne vie più agli agricoltori la moltiplicazione , alla quale molte persone si oppongono tuttora con singolare ostinazione, o per naturale ritrosia a qualunque cosa nuova, oppure per difetto di cognizioni. Io per altro mi contenterò di dire che se la meravigliosa propagazione di questa pianta, ed il suo rapidissimo accrescimento possono dissuadere dal porla intorno ai campi, tali difetti si convertono in sommi pregi quando si tratta di fare nuovi boschi, e di rinselvare foreste povere di piante. Si lamentano alcuni che questa pianta sia troppo fragile, o per parlare più apertamente, troppo soggetta a schiantarsi, quando è investita da un vento gagliardo. Questa considerazione può al più dissuadere gli agricoltori dall'allevarla in albero, ma non già dal coltivarla a palina, a capitozza, nel qual modo produce in due anni rami tanto lunghi e grossi quanto il castagno in cinque, e l'ontano in quattro. Che se questo primo vantaggio non bastasse a indurre i coltivatori a coltivare la robinia almeno quanto coltivano le suddette piante, sappiano che il legno della robinia è tanto consistente, che dura il doppio del castagno, ed il quadruplo dell'ontano anche contenendosi in termini moderati. Io non mi distenderò di più in questa digressione sulla robinia perciocchè chi non volesse arrendersi ai fatti, che predicano altamente i pregi di questa pianta, sarebbe ancor più recalcitrante ai ragionamenti. Chi poi circondasse il bosco di fossi e di ciglioni trarrebbe da questa industria un sensibile profitto, e per la difesa del bosco e per il sollecito incremento delle piante, massime se il bosco potesse innaffiarsi, siccome spesso avviene, cogli scoli dei vicini campi, delle strade, o di altre torbe; perciocchè, trattenute quelle acque nei boschi a guisa di colmate, esse vi depongono una belletta che ne rialza e feconda il suolo ed accelera meravigliosamente la crescita di quasi tutte le piante, e specialmente degli ontani, e dei pioppi. Queste operazioni, le quali non sono ne lunghe, ne molto dispendiose, che che se ne dica ai padroni in contrario, sono certamente di notabile profitto.

Un'altra perniciosa pratica, che dannifica assai i nostri boschi si è la consuetudine di recidere, qualunque volta si taglia il bosco, i rami delle piante in modo tale che quasi tutto il loro fusto ne resta spogliato. Questo in discreto taglio, contrario alle leggi della vegetazione fa intristire le piante, e ne accelera il decadimento e la morte . A precorrere siffatto danno i coltivatori stimano efficace antidoto il lasciare alle piante quattro braccia di cima, vale a dire il non produrre il taglio oltre a quattro braccia di distanza dalla cima del più alto ramo. Io non deciderò se questa cautela basti sì o no a mantenere le piante in sanità, mą noterò solo che la menzionata prescrizione è difficilmente osservata sia per la negligenza dei tagliatori, sia per la cupidità dei compratori dei boschi cedui, sia finalmente per la difficoltà di verificare nel debito modo ogni contravvenzione a quel divieto. Miglior partito sarebbe dunque a mio credere quello di non permettere un tale sfrondamento, anche a costo di diradare il bosco al fine di ovviare ai danni che reca la soverchia ombra alla macchia bassa. Ma laddove si volesse perseverare in questa pratica, farebbe mestieri fissare il punto oltre al quale non dovesse estendersi il taglio in ragione di una distanza, misurata non già dalla più alta estremità dell'albero, ma bensì dal suolo donde sorge il suo tronco, avvertendo però che dovrebbero eccettuarsi dallo sfrondamento le piante, il cui fusto fosse d’un diametro minore di quattro once. Infatti cosi facendo si avrebbero due vantaggi, cioè di determinare senza tema d'ingannarsi i confini del taglio, e di riscontrare prima, e di provare dappoi con facilità le frodi dei compratori. Un'asta di otto o dieci braccia servirebbe di norma per non ingannarsi in quelle occorrenze.

La scarsezza poi degli strami, che atteso il gran numero degli animali d'ogni generazione che noi alimentiamo, spesse volte ci pone in grave impaccio, induce i contadini a brucare le piante. Un tale sfogliamento non solo nuoce alla prospera vegetazione delle piante, ma le sconcia in guisa che rimangono sformate per sempre, perciocchè nel cogliere le foglie i contadini, onde evitare la fatica, sogliono curvare a forza le giovani piante, non senza schiantarne spesso i rami. Ma se la penuria degli strami è cagione del nocivo sfrondamento vernale, ed anche estivo delle piante, la scarsezza dei concimi costringe il contadino a spogliare nell'autunno le piante delle foglie che ne ricoprono il suolo, non senza notabile pregiudizio del bosco .

Io so purtroppo che un tale costume è generale nei nostri paesi: che sempre è impresa difficile l’abolire le vecchie usanze che in molte parti della provincia milanese il vietare a un tratto quella pratica potrebbe recare più gravi danni di quelli che derivano dal tollerarla: e che perciò sarebbe cosa mal considerata il pretendere assolutamente che i contadini più non raccogliessero a loro proprio profitto le foglie; laonde non insinuerò ai padroni di proibirlo assolutamente. Invece mi contenterò di suggerire ai possessori di restringere la tolleranza di un tale abuso ai boschi di tre anni compiti vietando più rigorosamente la raccolta delle foglie in quelli tagliati avanti quel termine. Anche la cosiddetta gattinatura, che sotto nome di "Incerto" si pratica in parecchi distretti della Lombardia, è un uso nocivo alla conservazione dei boschi. Consiste la gattinatura nel taglio delle ginestre, delle stipe, delle felci, delle eriche, e per concomitanza eziandio delle piccole piante, che sogliono nascere spontaneamente nei boschi. Io ignoro l'etimologia di questa parola, e l'origine di un tale incerto, cose tutte che non meritano il conto di essere studiosamenle indagate. So per altro che la gattinatura è perniciosa, perciocchè spoglia interamente il terreno di quelle materie, una parte delle quali putrefacendosi col volgere delle stagioni gioverebbe ad impinguare il suolo. Rammenterò poi che la gattinatura, come gli altri incerti, dà campo alle persone che la valgono a loro profitto di commettere abusi, che recando ad essi tenue profitto, danneggiano non poco il padrone; siccome appunto è l'accennato taglio delle nascenti pianticelle destinate a mantenere il bosco in istato. All'emenda pertanto delle malvagie usanze da me accennate, dovranno volgere il pensiero quei padroni, che meglio informati dell'utilità dei boschi, avranno a cuore la conservazione ed il miglioramento di quelli che posseggono; perciocchè operando diversamente vedranno peggiorare a occhiate le loro foreste, ed in ultimo convertirsi in aride e sterili lande. All'intendimento poi di accrescere la vigilanza dei possessori in questo particolare ricorderò loro, che il prezzo delle legne viene crescendo alla giornata, e che assai verosimilmente andrà per molto tempo in aumento. Infatti, si consideri che il prezzo della legna è notabilmente cresciuto dal principio del secolo a questi giorni, qualunque siasi fatto un vero scempio di piante per diversi motivi che non accade di riferire in questo luogo, di modo che può dirsi con ragione, che in venti anni si è consumata la provvisione di piante preparata in più secoli, dalla qual cosa è naturale l'inferire che la legna anzi che venire scemando, andrà piuttosto crescendo di prezzo, quantunque si cominci a studiare il modo di minorarne il consumo senza diminuzione degli effetti. Ciò serva di salutare avviso ai possessori, che poca cura prendono dei loro boschi per la falsa immaginazione che siano , per così dire, la giunta delle loro possessioni."

Nonostante questo libro sia stato scritto 203 anni fa, molte delle pratiche e osservazioni descritte, sono ancora attuali...

Visto che si è parlato di marchese Fagnani, vi "delizio" con un proverbio gerenzanese a lui dedicato: " Quel cal laura no al mangia par dü (n.d.r. ul marches Fagnani), e quj ca làuran  (n.d.r. i paisan) g'hann nanca ul temp par mangiàa".

Altro sagace proverbio gerenzanese che possiamo "applicare" sempre al marchese Fagnani: avrete notato che nel suo trattato sui boschi sopra descritto, usa molte volte la desueta congiunzione "perciocchè". Il proverbio recita: "L'è vun cal parla in perciocchè", ovverosia in un mondo "contadino" dove si parlava principalmente in dialetto, si diceva così di una persona colta che parlava in italiano, e il marchese, colto, lo era sicuramente!

Ma per par condicio, concludo dedicando ai "rozzi paisan" di un tempo del marchese questi altri due detti locali (entrambi stanno a indicare persone ignoranti o che non hanno studiato):

- "A l'è nassùu dadrè dal cüu d'una vaca"

- "Al gh'a mangiàa i liber la vaca"

sabato 25 febbraio 2023

Storie di bancari contadini...

19 gennaio 1980, Largo Belotti, Milano - sede del Banco Ambrosiano

Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, la cosiddetta banca dei preti, non si è ancora impiccato sotto il Blackfriars Bridge a Londra (o forse probabilmente si tratterà di omicidio).
Lo farà due anni dopo.
Ma per il rampante "banchiere di Dio" e la sua banca, è  iniziata la parabola discendente verso gli inferi e una lenta agonia.

Mio padre lavora al Banco Ambrosiano dal 1966, è stato il suo primo posto di lavoro, e sarà anche l'unico della sua vita, attraverserà tutte le peripezie del Banco fino al 1996, anno un cui andrà in pensione. Tornando al discorso Banco Ambrosiano uguale a banca dei preti, non posso altro che confermare: a mio padre, per essere assunto, fu chiesto di presentare anche il certificato di "cattolicità", che doveva essere redatto dal prete del proprio paese. E così avvenne: don Pietro Alberio, l'allora prevosto di Gerenzano, compilò il certificato di "cattolicità" per mio padre, da presentare al Banco in fase di assunzione.

Bene, siamo quindi al 19 gennaio 1980. Ora di pausa pranzo, è il giorno del compleanno di mio padre, nell'ufficio Caveau offre ai colleghi pane e salame. Ma ha fatto i conti senza l'oste: tra i colleghi c'è Luigi Borgonovo, da Aicurzio. L'ho conosciuto anche io il Luigi, un omone alto e grosso, burbero, ma molto generoso. Tra una chiacchiera e l'altra,  si affetta il salame, ma Luigi dice in dialetto a mio padre, dopo averne annusato una fetta: "uhei bagaj, mi al mangi no cal salam chì, ta sentat no che al fà MUUUUUUU?"

Mio padre rimane basito e non capisce. Allora Luigi gli spiega: "L'è fa cun la carna da vaca, no da purcell, sti chì hinn i salam par i burghesott cum'è tì, mi sun un paisan, i salam ai fò su mì, mi ma fò ciapà no par ul cù dal bechée"! (* leggere poi nota finale)

Luigi studiò da ragioniere ed entrò in banca, ma proveniva da una famiglia di contadini, e lui si considerava ancora un contadino. Appena tornava a casa, prendeva il trattore e andava ad arare la terra, o "al mazava i besti" che allevava lui stesso. Sapeva bene come era fatto un salame. E quel salame era, secondo lui, una truffa, perché fatto con carne di mucca o misto mucca/maiale, e non di maiale come doveva essere fatto un vero salame, e come era abituato a farli lui.

Luigi si sposò ma non ebbe mai figli. Forse anche per questo passava le sue ferie in Africa nelle missioni, tra i bambini meno fortunati. Fece costruire a sue spese una chiesa e una scuola. Alla sua morte, parte della sua eredità venne devoluta a queste missioni.

Questo era Luigi Borgonovo da Aicurzio, l'ultimo bancario contadino...

* Nota finale: nel dialetto locale del paese di Luigi, macellaio viene detto "bechée", praticamente uguale al dialetto milanese. Da noi si usa invece "macelar".

1978 - Mario Carnelli (a sx con maglione bianco) e Luigi Borgonovo (a dx) durante una "cazoeurada" tra colleghi. Da notare la camicia a quadrettoni di Luigi, da vero "paisan", e l'enorme pezzo di cotica che sta prendendo mio padre dal pentolone...

Si va con un altro piatto di cazoeura...

Bavaglietta d'ordinanza per queste occasioni. E' ancora conservata a Casa Carnelli...

Relax dopo la cazoeurada...

Si va al tiro...

La sede del Banco Ambrosiano in Largo Belotti, nel cuore di Milano. Questa foto risale al 1983, quando il Banco, dopo il fallimento, ripartì con la denominazione Nuovo Banco Ambrosiano...

Roberto Calvi, presidente del Banco, soprannominato "il banchiere di Dio"...

Roberto Calvi recuperato morto sotto il Blackfriars Bridge a Londra dopo essersi (forse) suicidato per impiccagione. Si notano in alto i mattoni che gli vennero trovati nelle tasche per aumentare il peso del corpo sotto il tiro della corda con nodo scorsoio (la corda la si vede ancora al collo di Calvi). Le gambe sono bagnate fino a metà polpaccio, perchè il corpo nella parte inferiore, toccava l'acqua del Tamigi...

giovedì 5 gennaio 2023

Ul Zinell...

Personaggi di una volta del Rione BURGHETT, a cavallo della metà dello scorso secolo...

Ul Zinell


Il Zinell ero un uomo che abitava in un cortile aperto sulla via XX settembre nel rione Burghett, e la sua caratteristica era quella di essere sempre "cioch", ovverosia ubriaco.

Egli si affacciava sempre da una piccola finestrella senza vetri di casa sua, e stava lì per ore continuamente a cantare la seguente strofetta: "cum'è l'è bell vess al mond, cun ul Zinell cioch". Insomma, faceva su sé stesso anche un po' di autoironia.

La figura del Zinell affacciato a cantare e sempre ubriaco, incuteva timore e paura nei bambini della zona, ma in realtà era una persona buona e mite, che non ha mai dato fastidio a nessuno, pur avendo quel particolare vizio.

Un altro simpatico aneddoto sul Zinell: una sera lui e un suo amico si recarono a Cislago ognuno con la propria bicicletta.
Al momento di rientrare a Gerenzano, il Zinell era tanto per cambiare ubriaco.
Disse al suo amico: come faccio a trovare la strada per tornare a casa ora?
Il suo amico gli disse: io vado avanti in bicicletta e mi accendo una sigaretta, tu segui nella notte il rossore emesso dal tabacco della sigaretta che brucia, e arriveremo a casa.
E così si misero in sella per rientrare verso Gerenzano, uno che fumava, e l'altro che seguiva i movimenti della sigaretta accesa.
Ma si sa, c'è qualche chilometro di distanza tra i due paesi, e la sigaretta finì ben presto. Sciaguratamente, l'amico del Zinell, forse perché sopra pensiero, o forse per fare un brutto scherzo all'amico, lanciò il mozzicone ancora acceso nel campo di fianco alla strada.
Il povero Zinell, ricordandosi che lui doveva seguire la direzione della sigaretta accesa, non ci pensò due volte: seguì il mozzicone acceso, ruzzolando rovinosamente nel campo...
Questa storia fece il giro del paese, diventando la barzelletta preferita dei giovanotti dell'epoca...

Nelle foto seguenti: la famosa finestrella, ancora oggi esistente ma chiusa con un pannello di legno, dalla quale si affacciava il Zinell. Fotografandola in un momento di assoluto silenzio, nella mia mente riecheggiava ancora la sua canzoncina...

Si ringraziano gli amici gerenzanesi Carolina Pigozzi e Albino Porro per aver "ripescato" dai loro ricordi, ed avermi raccontato, la tribolata figura del Zinell...

Cerchiata in rosso, la finestrella da cui il Zinell canticchiava la sua canzoncina


Foto ingrandita della finestrella del Zinell...

venerdì 16 dicembre 2022

"Aria di Gerenzano" annata 2022 in barattolo...

Sei a corto di idee per i regali di Natale?

Vuoi stupire amici, moglie, marito e parenti in maniera originale?

Regala anche tu il barattolo di "Aria di Gerenzano" annata 2022!!!

Oppure tienilo come souvenir da mettere sul mobile di casa, ed aprirlo tra molti anni, per "sentire" come era la nostra aria nel 2022!!!

L'aria di Gerenzano ha sempre avuto un certo qual "olezzo": partendo dalle "bonze" e dai "carett", che portavano in campagna la "pisa" e "ul rüd", passando attraverso il “profumo” della discarica ed arrivando agli odierni odori molesti, il gerenzanese è ormai assuefatto a respirare pessimi effluvi.

Ma forse proprio la non eccelsa qualità della nostra aria ha sviluppato in noi gerenzanesi una maggior arguzia, furbizia ed estro! Usa quindi questo barattolo di aria per rinfrescarti le idee e trovare ispirazione quando ne hai necessità.

Attenzione, contenuto insostituibile, consumabile solo una volta. Non lasciare aperto. Confezionato meticolosamente a mano in Gerenzano da Ferruccio Carnelli.

Contattami tramite e-mail all'indirizzo scagno1971@gmail.com per ordinare uno o più barattoli di "Aria di Gerenzano"!!!

Sono disponibili 99 pezzi...

Si ringraziano:

Pietro Volontè per la gentile concessione della sua foto di Gerenzano, da cui fa capolino il campanile con alle spalle le cime innevate del lecchese

Angela Angaroni, che con la sua maestria ed abilità ha ulteriormente "vivacizzato" la foto con uno stupendo gioco di colori

Nicolò Marnoni e Carmen Girola per le consulenza tecniche

Tipografia Caregnato, per la stampa delle etichette e la consueta cortesia, simpatia e bravura










lunedì 31 ottobre 2022

Gerenzano, zucche intagliate, lümere, Serafino Checchi e Halloween...

Come tutti gli anni, con l'arrivo della serata del 31 ottobre e della festa di tutti i Santi, si scatena la polemica sui festeggiamenti di Halloween e del suo "retaggio" commerciale che ormai è arrivato anche nel nostro paese. Leggevo anche sul Notiziario della scorsa settimana che la parrocchia di Gerenzano suggerisce di evitare tali tipi di festeggiamenti, pur dichiarandosi non contraria a tale festa.

Sinceramente, fino a una ventina di anni fa, di Halloween non è mi è mai importato molto, l'ho vista sempre come la classica "americanata" importata, Jack o' lantern, irlandesi emigrati, zucche intagliate, dolcetto o scherzetto, e chi ne ha più ne metta. A onor del vero, penso comunque che io e la mia compagnia del "Muretto" di Gerenzano, fummo tra i primi in paese a festeggiare Halloween facendo una grande festa a tema nel 1988 nella taverna di uno di noi. Di quella serata ricordo solo che dalle zucche intagliate una settimana prima, uscivano vermetti bianchi, in quanto la rimanente polpa interna delle cucurbitacee era ormai in decomposizione. Ma nella nostra "ignoranza" giovanile, per noi Halloween era solo una serata "simil horror" e con lanterne a forma di zucca.

Poi, anche per curiosità e cultura personale, iniziai ad apprendere notizie e nozioni più approfondite su questa festa e da cosa deriva, arrivai a sentir parlare e leggere anche di Celti, Imbolc, Beltane, Lughnasadh, Samhain, zucche che rappresentano teste tagliate, feste pagane trasformate in cristiane, questue, ed altre cose interessanti. Tralascio tale argomento perchè comunque non sono sicuramente preparato in materia, anzi consiglio vivamente, per chi fosse interessato, di contattare la gerenzanese Monica Casalini, la quale ha scritto anche un libro sulle origini di Halloween, oppure lo storico e studioso gerenzanese da me molto stimato, Mauro Ghirimoldi.

Bene. Quando iniziai ad approfondire cosa fosse Halloween e tutto ciò che gira intorno ad esso, il passo ad arrivare a scoprire le lümere fu breve!

Cosa sono le lümere? Semplice, sono zucche intagliate a forma di faccia con un lumino interno che le illumina, che venivano preparate per la festa di tutti i Santi in Italia, principalmente in Lombardia, Piemonte e Veneto (qui chiamate anche suche baruche, che identifica la varietà di zucca marina di Chioggia utilizzata per fare la lümera). Il termine deriva da lume, luce, e tale tradizione di intagliare le zucche è stata in voga fino agli anni '50 dello scorso secolo, prima di scomparire e riapparire negli anni '80/'90 sotto forma però di zucca di Halloween. Per i nostri avi quindi la preparazione della zucca con il lumino dentro, era un rituale da svolgersi la notte del 31 ottobre, ed esso serviva ad esorcizzare la morte, allontanare spiriti cattivi, indicare la strada di casa ai morti per tornare quella notte a trovare i propri cari ancora in vita, serviva come cibo per i defunti, venivano lasciate al suo interno lettere e biglietti che il defunto avrebbe letto, ed i ragazzini, in quella notte, andavano di casa in casa a chiedere pane e frutta di stagione (molto simile alla questua del dolcetto o scherzetto di Halloween). In questa notte si celebra la sconfitta dell'oscurità in favore della vita, si apre una porta tra il mondo dei morti e il mondo dei vivi. Ma in realtà aveva anche molti altri significati legati al mondo agricolo, alla chiusura dell'anno dei raccolti, al fatto di ingraziarsi i morti per avere un buon raccolto l'anno successivo. e tante altre cose ancora.

Ora mettiamo di mezzo Gerenzano. Quando iniziai ad interessarmi alle lümere, il mio primo intento fu quello di capire ed eventualmente verificare se anche a Gerenzano, fosse in voga questa usanza. D'altronde ci sono testimonianze scritte ed orali nelle quali si descrive che le lümere erano fatte in comuni della nostra area del varesotto, comasco e alto milanese, come per esempio Giussano, Cassano Magnago, Canzo, Inveruno, Casnate, Pogliano Milanese, Castellanza e anche Milano. Perché quindi non era possibile che tale usanza esistesse anche a Gerenzano?

Molti sanno che sono appassionato di storia locale, e nel corso degli anni mi sono passati tra le mani svariati documenti sul nostro paese e ho intervistato decine di anziani per farmi raccontare la vita e tradizioni dei tempi che furono, ma non ho mai trovato nulla che riguardasse le lümere, o meglio zucche intagliate con dentro un lumino (il termine lümere secondo me è comunque poco conosciuto nelle nostre zone). Anzi qualcuno di questi anziani mi rise anche in faccia quando gli dissi se intagliava le zucche. La sua risposta fu (la scrivo in italiano, ma mi rispose chiaramente in dialetto): "ma ti pare che se avessi avuto una zucca, l'avrei sprecata per simili stupidaggini, con la fame che c'era a quei tempi?".

Insomma delle lümere di Ognissanti, a Gerenzano non vi era traccia. O almeno così pareva. Infatti, nel novembre 2014, gli amici Emma Castelli e Augusto "Peppo" Oliva, mi diedero da vedere la videocassetta "Gerenzano: paese da vivere" fatta dalla Proloco locale nel 1994. Una videocassetta molto interessante, dove si parla della storia di Gerenzano dalle origini fino agli inizi degli anni '90. Tra le altre cose, sono presenti alcune interviste ad alcuni anziani.

Tombola! Viene intervistato il signor Serafino Checchi, e ne viene indicata anche l'età, 78 anni. Quindi se Serafino aveva 78 anni nel 1994, ne deduciamo che è della classe del '16.

Serafino Checchi di anni 78, frame tratto dal filmato della Proloco

Tra i suoi racconti uno mi colpì in particolare. Dice che da ragazzi, intagliavano le zucche facendogli occhi e bocca, e mettevano una candela dentro per illuminarla. Questo per far spaventare le donne che tornavano a casa alle 22 di sera (questa precisa indicazione sull'orario, fa riferimento, a mio personale parere ma sono quasi sicuro di non sbagliare, alle donne che tornavano a casa dalla Seda e dalla NIVEA, dove appunto il turno serale finiva alle 22).

Quindi qualcuno a Gerenzano, probabilmente fino agli anni '30, età in cui Serafino aveva circa 15 anni e quindi era ancora ragazzo, intagliava le zucche a mò di lümera. Purtroppo Serafino non indica con precisione se ci fosse un giorno in particolare nel quale la zucca venisse intagliata, ma certamente possiamo dedurre che il periodo fosse quello autunnale, vista la stagionalità di tale frutto della terra, e quindi come data potremmo essere vicini al 31 ottobre.

E soprattutto possiamo immaginare che l'intaglio della zucca e il posizionamento di un lumino all'interno, non fosse stata un'idea nata al momento da Serafino, ma molto probabilmente era un'usanza di cui lui era a conoscenza e ancora in uso a Gerenzano in quegli anni. Forse era comunque una credenza che stava andando a scemare, visto che gli anziani da me intervistati nel corso dell'ultimo decennio, e quindi più giovani di Serafino, non ne hanno mai sentito parlare o non ne hanno ricordo.

Non avremo mai probabilmente la certezza dell'uso delle lümere a Gerenzano nella notte della vigilia di tutti i Santi, ma personalmente penso che la testimonianza di Serafino indichi, senza ombra di dubbio, che le lümere venivano fatte anche nel nostro paese, e più in generale nel nord Italia come già indicato da altre fonti. Con buona pace dei detrattori dei punti di incontro e similitudini tra tradizioni locali e tradizioni estere e di usanze che a noi non appartengono (anche se, ribadisco, l'attuale festa di Halloween per come viene festeggiata in Italia, è secondo me priva di ogni significato, la deriva consumistica ha in parte sovrastato il vero significato di questa ricorrenza, ma comunque per me ognuno è libero di vivere questa notte come vuole).

P.S. prima di essere tacciato come miscredente, agnostico, ateo o altro ancora, faccio presente che sono cristiano cattolico. Semplicemente, forse mi piace di più rispetto ad altri miei correligionari, approfondire aspetti, feste, costumi, usanze e tradizioni non dettati esclusivamente da ciò che viene riconosciuto dalla Chiesa cattolica.

E lasciatemi aggiungere che all'epoca in cui Serafino era un ragazzo, ma anche molto prima, la Chiesa, la fede, il prete locale, erano sicuramente tra i punti fermi dell'esistenza di una persona, si era molto più credenti nei valori cristiani rispetto ad oggi, mentre oggi molti si sono allontanati dalla religione cristiana. Questo per dire che l'intaglio della zucca, il suo particolare utilizzo e significato nella notte del 31 ottobre, veniva fatto da chi era anche credente, e veniva probabilmente accettato dalla Chiesa (locale) in quanto retaggio di costumi e usanze contadine che si perdevano nella notte dei tempi. Ricordiamo che praticamente fino a metà dello scorso secolo, preti, contadini e terra si fondevano in un'unica realtà sociale, dove preghiere e "credenze" pagane, a loro volta, si fondevano le une con le altre (ricordando poi che buona parte delle feste che noi cristiani celebriamo, derivano da antiche feste pagane, a cui la Chiesa ha cambiato nome e a volte anche significato).

Buona lümera a tutti...

martedì 18 ottobre 2022

Mondo contadino: la rüdera e il rüd...

Negli scorsi giorni, sul mio profilo Facebook, in un post ho usato la parola rüdera.

Molti, in privato, mi hanno chiesto cosa sia la rüdera. Molto semplice: la parola rüdera (o anche ruera nel dialetto milanese, come indicato da Cletto Arrighi nel suo dizionario italiano-milanese del 1896 edito da Hoepli), deriva da rüd, ovverosia lo stallatico (letame) di bovino (ma anche equino).

La rüdera era quindi una specie di fossa quadrata larga mediamente 2x2 metri e profonda circa 1 metro. Era presente ed ancora in uso nelle case e corti dei contadini almeno fino alla fine degli anni '60 del secolo scorso. In essa veniva quindi messo il rüd che sarebbe servito come concime per l'orto di casa (venivano messi anche gli scarti di origine vegetale e animale che servivano per la preparazione di pranzi e cene, era praticamente come un grosso contenitore del nostro attuale umido, una compostiera).

Come detto prima, il rüd era comunque composto principalmente dagli escrementi bovini, ed era da preferire "maturo", ovverosia con qualche abbondante mese di fermentazione sulle spalle. Questo perché gli eventuali semi di erbe o simili che venivano mangiati dagli animali, nel caso di rüd maturo sarebbero stati ormai già in decomposizione e quindi non più "presenti". Nel caso di rüd giovane, invece c'era la possibilità che tali semi fossero ancora integri, e quindi c'era il rischio che, mettendo il rüd giovane nelle prose dell'orto, crescessero indesiderate erbe infestanti.

Il rüd a casa mia è sempre stato presente nel momento primaverile in cui si vangava l'orto per la nuova stagione, fino al 2011, ultimo anno in cui mio padre fece lui l'orto prima di morire l'anno successivo (io invece sono passato ad utilizzare lo stallatico pellettato in vendita nei garden, ma ahimè non è la stessa cosa).
Lo ordinava dal Peppino Zafaron di Gerenzano. A metà marzo la scena che si ripeteva sempre tutti gli anni, era la seguente: nella parte anteriore del viottolo d'ingresso di casa mia, mio padre (ma ancora prima mio nonno), stendeva un largo telo di juta (o cellophane nei tempi più recenti) per non sporcare per terra. Arrivava il Zafaron con trattore e rimorchio, entrava in retro nel viottolo, alzava il rimorchio, e il rüd cadeva per terra sul telo. Chi ha conosciuto mio padre, sa che era una persona molto scrupolosa e corretta. Prima dell'arrivo del Zafaron, avvertiva i vicini di casa che per qualche ora avrebbero purtroppo sentito cattivo odore, e si scusava sempre con loro cento volte, dicendogli anche di tenere chiuse le finestre (questo perché il rüd appena scaricato, era momentaneamente posizionato in prossimità delle finestre dei vicini).

Finito lo scarico del rüd, mio padre si armava di forcone e carriola, e dopo svariati "viaggi", il rüd era tutto stipato nella rüdera posta nel retro della mia casa, andando a formare "la mòta dul rüd", e pronto per essere utilizzato.

Già, ma come avveniva il suo interramento nelle prose dell'orto? C'erano due tecniche, simili ma leggermente differenti.

Prima tecnica

Il rüd veniva steso sulla prosa, ricoprendola per la sua interezza. Poi con la vanga si iniziava l'operazione di vangatura. Si sputava su entrambi le mani in modo da avere una presa più salda sul manico in legno della vanga, si inseriva con forza la vanga nel terreno aiutandosi con il piede appoggiandolo sul filo superiore della stessa, con le braccia si sollevava la vanga con sopra il terreno, e con un veloce movimento si ribaltava vanga e terreno, in modo che il rüd posto inizialmente in superficie, finisse così invece sottoterra.
Lo svantaggio del mettere il rüd all'inizio su tutta la prosa prima di vangare, comportava però il fatto di sporcare "i zòcar" e i piedi di letame, perché si vangava sulla prosa andando all'indietro, quindi schiacciando il rüd non ancora interrato. Viceversa, non era possibile posizionarsi dalla parte appena vangata, perché si sarebbe schiacciato con il proprio peso la parte di terreno appena smossa e resa "soffice”.

Seconda tecnica

La prosa non veniva ricoperta di rüd come nella prima tecnica. Semplicemente si dava il primo colpo di vanga nel terreno, spostandolo di qualche decina di centimetri. Nel buco creatosi, si andava quindi ad inserire con il forcone dei pezzi di rüd. Con la vangata successiva, si andava a coprire il rüd appena messo. Questa seconda tecnica è quella che da sempre è stata usata a casa mia.

Insomma, questa è un po' la spiegazione e la storia della rüdera, del rüd e del loro utilizzo... Per dovere di cronaca, anche i liquami di origine umana presenti nei pozzi neri delle case venivano usati come concime (chi non ha mai sentito parlare della famosa "careta du la bonza" che spargeva tali liquami nei campi...). Leggete qui , cliccandoci sopra, questa simpatica storia dei tempi passati raccontata da mio padre, relativa al "sommelier de la ganga”…

La rüdera di Casa Carnelli, vuota ed inutilizzata da anni



La mòta dul rüd - immagine presa da internet

giovedì 11 marzo 2021

Bosco del Lazzaretto di Gerenzano - marzo 2021

 


Questo era uno dei sentieri più belli dei boschi gerenzanesi. Seppur lungo solo un centinaio di metri circa, ti avvolgeva in un'atmosfera particolare, quasi paterna, avendo grossi fusti di robinia ai lati che ti accompagnavano da un capo all'altro delle sue estremità. Ed in questo periodo, il boschetto del nostro sentiero in questione, è un tappeto fiorito di anemoni bianchi appena sbocciati. Una fonte anonima mi ha segnalato sul mio blog che in parte il boschetto è stato abbattuto in questi giorni. Mi sono quindi recato sul posto, ed effettivamente non posso fare altro che confermare. La parte in prossimità della strada lato posteriore che conduce alla piattaforma ecologica, è stata praticamente rasa al suolo.

È un peccato a mio parere, in quanto il bosco in questione è quello conosciuto come "il bosco del Lazzaretto" (una volta la zona boschiva era molto più ampia, e sicuramente il "bosco del Lazzaretto" comprendeva altre parti vicine), il quale per i gerenzanesi, ha una valenza religiosa e storica. Qui probabilmente vennero sepolti i morti locali causati dalla peste "manzoniana", e qui, fino a circa una cinquantina di anni fa, si veniva in processione partendo dalla chiesa parrocchiale. Sul luogo (un campo di fronte al boschetto), era presente un’ara con una colonna sormontata da una croce (l’ara è quella ora posta nel cortile interno del Municipio di Gerenzano), di epoca molto antica.

Probabilmente il proprietario ha deciso di “pulire” per bene il bosco, magari immagino anche a causa di un’eventuale instabilità di alcune piante, spiace perché il luogo perde sicuramente di fascino. Sia chiaro, non sono assolutamente contrario al fatto che si faccia manutenzione ai boschi, anzi deve essere eseguita per eliminare rovi, infestanti in eccesso, eventuali alberi malati e diradamento degli stessi (in passato tutti i “paisan” proprietari di boschi la eseguivano). La mia vuole essere solo un'osservazione su cosa è avvenuto in un luogo "storico" gerenzanese, magari dovuto anche a cause di forza maggiore,  non è un’accusa, ci mancherebbe altro! Bisognerebbe conoscere la motivazione reale per cui è stato fatto il taglio, tenendo anche conto che seppur facente parte del Parco dei Mughetti, nell’area in questione le opere di taglio colturale dei boschi sono ammesse previa denuncia agli enti preposti. Consideriamo che qualche anno fa, la stessa sorte, anche se in maniera minore, era toccata sempre al medesimo bosco nella parte recintata all'interno del Parco degli Aironi, dove la caduta di alcune piante aveva rovinato la recinzione metallica e soprattutto creava pericoli per la sicurezza di persone e animali del parco. Nella maggior parte dei casi, quando si esegue questo tipo di intervento invasivo, risulta purtroppo necessario...

Dispiace perché in passato si era anche parlato di valorizzare il luogo, con il riposizionamento dell’ara e di pannelli didattici che spiegassero la storia del Lazzaretto (a meno che il tutto non rientri in quest’ottica e questi lavori siano in previsione di una futura riqualificazione dell’area, cosa che francamente spero).

Ho sempre immaginato che le piante presenti nell'area del Lazzaretto, rappresentassero un po' le "lapidi" dei morti di peste dell'epoca. Ma ora, purtroppo, parte di quelle "lapidi" sono andate perdute…

Storia del Lazzaretto eseguita dalla Proloco di Gerenzano e pubblicata su “Il nostro Comune” nel settembre 2014

La memoria dei nostri Luoghi: “IL LAZZARETTO” di Gerenzano

Una leggenda: Và a vonges (vai a ungerti)

Così recita uno sgarbato detto milanese che trae le sue origini da un fatto singolare: si riteneva che la peste del 1630 a Milano venisse diffusa prevalentemente dai cosiddetti untori, di manzoniana memoria.

“Untori“: così erano definiti quegli uomini che venivano indicati dal popolo come posseduti dal demonio e da esso incaricati di ungere le porte ed i muri delle case con malefici unguenti per contagiare e spargere la peste. Si riteneva che questi “unguenti” fossero dei composti a base di sterco umano, cenere, topi e altri pericolosi veleni.

Si racconta:” ….Era noto un antidoto alla peste, la cui ricetta fu estorta con la tortura ad un untore, … “, che poi fu impiccato a causa delle gravi accuse mossegli.

Come la ricetta dell’antidoto recitava, questi dovevano essere gli ingredienti:“….cera nuova once tre, olio d’oliva once due; olio di Hellera, olio di sasso, foglie di aneto, orbaghe di lauro peste, salvia, rosmarino, once mezza per ciascuno; un poco d’aceto.Far poi bollire il tutto riducendolo a una pasta con la quale ungere le narici, le tempie, i polsi e le piante dei piedi ma solo dopo aver mangiato cipolle, aglio e bevuto aceto ...”

La storia

Il Lazzaretto sorge come luogo di sepoltura dei morti delle grandi pestilenze che hanno interessato tutto il Ducato di Milano prima nel 1576-1577, e successivamente dal 1629 al 1632, come descritto dal Manzoni nei Promessi Sposi. L’uso di seppellire i morti in zone discoste dal paese è generalmente invalso in tutte le comunità della Lombardia: una colonna con la croce veniva posta “in memoriam” a qualificare la sacralità del luogo.

A Milano il Lazzaretto ha avuto dimensioni colossali: ancora oggi ne resta una piccola parte in via San Gregorio e la Cappella centrale in Via Lecco.Anche a Gerenzano si è dovuto creare un Lazzaretto ove seppellire i morti di peste, lontano dall’abitato.

Del Lazzaretto si hanno poche notizie storiche: si trovava nei pressi della Cascina Inglesina e si raggiunge percorrendo un piccolo sentiero nel bosco, proprio di fronte al sentiero che conduce alla cascina.Questo è l’unico elemento identificativo oggi rimasto in quanto la radura ed i suoi confini sono ormai quasi cancellati e nascosti tra rovi e infestanti robinie

I ricordi

Nella memoria dei gerenzanesi il Lazzaretto ha sempre mantenuto un posto privilegiato; nei loro ricordi era costituito da uno spiazzo nel bosco: una radura al centro della quale era posta una colonna con la croce. I vecchi di Gerenzano ben ricordano come, fin dopo la seconda guerra mondiale, all’alba delle domeniche delle rogazioni di primavera, si andasse in processione al Lazzaretto e dopo una preghiera ed un giro di orazioni intorno alla croce, si ritornasse in parrocchia per la Santa Messa. Anche nei casi di clima avverso, quando si faceva un triduo propiziatorio, prima si andava in processione a pregare al Lazzaretto; il giorno dopo a san Giacomo; ed infine al Cimitero. Il Lazzaretto, con la sua radura, costituiva una sorpresa per chi camminava nel bosco fitto, invitando alla sosta e alla meditazione presso la colonna di pietra. L’ara su cui poggiava la colonna si trova attualmente all’interno di spazi municipali: la vecchia colonna in parte è stata recuperata ma della croce non si ha più notizia. Un luogo così significativo per Gerenzano costituisce ancora una memoria importante che dovrà essere mantenuta e recuperata prima che un velo d’oblio lo cancelli definitivamente. Per questo la Pro Loco di Gerenzano ha presentato all’Amministrazione una ipotesi di riqualificazione del sito affinché il luogo torni ad essere una memoria viva ed essere ancora una meta per i Gerenzanesi.

Storia dell’ara che era presente nel Lazzaretto (ora al centro del cortile interno del Municipio) – tratta da “L’Alto milanese, terra di culti” di Antonio Sartori – Mélanges de l’École française de Rome – Antiquité - 1992








L'ara posizionata ora nel Municipio di Gerenzano


La precedente ubicazione dell'ara nel Municipio di Gerenzano



L'ubicazione del bosco del Lazzaretto sulla mappa del Catasto Teresiano del 1722 (mappa aggiornata con l'indicazione della posizione della colonna del Lazzaretto, inserito nel riferimento catastale n° 502 pari a 1,6 pertiche, denominato "Pascolino del Lazzaretto del Comune" - indicazione di Mauro Ghirimoldi)



L'ubicazione della colonna del Lazzaretto su mappa del 1788, indicata in una zona completamente boschiva


Bosco del Lazzaretto - 1954





Bosco del Lazzaretto - 1975


Bosco del Lazzaretto - 1998



Bosco del Lazzaretto - 2012



Cartina del 1807, dove viene indicata una località chiamata "Lazaretto" ubicata tra Cerro, Rescaldina e Legnano (tratta da "La Cascina Olmina in Legnano - storia e origini" di Giovanni Pedrotti)

Giovanni Pedrotti, sul suo scritto relativo alla Cascina Olmina di Legnano, ipotizza che la località denominata "Lazaretto" nella cartina, possa fare riferimento all'omonimo luogo di Gerenzano. A mio parere risulta difficile che lo possa essere, in quanto è sì vero che il Lazzaretto gerenzanese è ad ovest del nostro paese andando verso Rescaldina, ma nella mappa in oggetto, seppur con i suoi limiti ed errori "grafici" di posizionamento che possiamo immaginare avere, visto che risale al 1807, la località mi pare fin troppo spostata verso il legnanese, addirittura oltre Rescaldina e Cerro.

Per completezza d'informazione, il Pedrotti, in una successiva mappa della zona risalente al 1883, fa notare che la località "Lazaretto" è divenuta "Cascina Lazzaretto", ed è posizionata molto vicina a Cerro. Mi sento quindi di escludere categorigamente che tale cascina possa essere il Lazzaretto di Gerenzano.

Mappa dell'Impero Asburgico della zona a ovest di Gerenzano - eseguita durante la seconda campagna militare di rilievi (1806-1869)


Sono indicati:

  1. Lazzaretto di Cislago (divenuto poi l'attuale cimitero)
  2. Cislago
  3. Chiesa di Santa Maria Inziata (Santa Maria della Neve - Cislago)
  4. Cascina Massina
  5. Osteria della Fagnana (Fagnana)
  6. Turate
  7. Cà dei Pra (Turate)
  8. Bettolino di Gerenzano (osteria)
  9. Gerenzano
  10. Cascina Inglesina
  11. Fornaci (Gerenzano)
  12. Chiesa di San Giacomo (Gerenzano)
  13. Beata Vergine del Soccorso (Chiesa e cascina di Santa Maria del Soccorso - Uboldo)
  14. Cascina Girola (Uboldo)
  15. Darsena (identificabile come la darsena del lago Villani - Uboldo)
  16. Cascina Beretta (detta anche Cascinaccia - Gerenzano)

Curiosamente è indicato il Lazzaretto di Cislago ma non quello di Gerenzano.

Ul Lazzarett in dialetto, di Mauro Moretti


Foto del bosco del Lazzaretto disboscato












Anemoni bianchi in fioritura nel bosco del Lazzaretto




Un'interessante estratto dal libro "Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia" del 1876, dove viene indicato anche il Lazzaretto di Gerenzano

Si parla delle rendite da inserire nel debito pubblico dovute al passaggio dei beni immobili degli enti morali ecclesiastici, come deciso dal Regio Decreto n° 3312  serie seconda, firmato da Vittorio Emanuele II, e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno in data 13 ottobre 1876.

Nell'elenco proposto di seguito, viene menzionata la relativa rendita della "Fabbriceria della Chiesa Parrocchiale" per il Lazzaretto dei morti sito in Gerenzano.