mercoledì 29 gennaio 2020

Clos de la Coulée de Serrant 2002...

Iniziamo l'anno "enologico" con una grandissima bottiglia, una di quelle che non dovrebbe mai mancare nella cantina di un appassionato del buon bere: il Clos de la Coulée de Serrant del grandissimo Nicolas Joly!

Ci troviamo nel nord-est della Francia, sulla Loira, a Savennières, nelle vicinanze di Angers. Qui, in un terreno scistoso con abbondante presenza di sabbia silicea e quarzo, trova la sua più alta espressione un vitigno molto particolare, lo Chenin Blanc (chiamato in loco anche Pineau de la Loire). Vitigno che risulta avere una grandissima acidità e grande capacità all'invecchiamento.

Uno dei produttori più noti (se non il più famoso) di questo vitigno, è Nicolas Joly. Nicolas, vigneron dal 1980, produce i suoi vini ottenuti da questo vitigno solo ed esclusivamente tramite agricoltura biologica. Dal retro etichetta, che potete vedere nelle foto pubblicate sotto, si trovano altre informazioni su questo vino: l'uva è molto "colorata" (tende ad essere brunastra), si ha una resa per ettaro piuttosto bassa e sono effettuate fino a cinque cernite dei grappoli prima che essi arrivino in cantina.
Aromaticità, complessità e potenzialità d'invecchiamento derivano dalla scelta di fare agricoltura biologica ed al particolare terroir, e tutto ciò porta Joly a potersi fregiare di essere l'unico produttore riguardante l'AOC Coulée de Serrant.
In cantina il metodo di lavoro è tradizionale, tralasciando eventuali moderne rilavorazioni. Aggiungo io che viene fatto un passaggio in doppia barrique di rovere da 500 litri e un affinamento sulle fecce per 8 mesi.
Si consiglia di travasare il vino prima di berlo, e di servirlo ad una temperatura di 14°.

Bene, veniamo quindi alla descrizione e degustazione della nostra bottiglia…

Clos de la Coulée de Serrant
Appellation Savennières - Coulée de Serrant Contrôlée
Vitigno: Chenin Blanc
Titolo alcolometrico: 14,5°
Produttore: Nicolas Joly

Una bottiglia che presi circa 10 anni fa, e che decisi a suo tempo di lasciar riposare in cantina ancora per qualche anno, proprio perché incuriosito dal fatto che lo Chenin Blanc dà il meglio di se stesso con qualche decade sulle spalle.

L'apertura della bottiglia avviene 24 ore prima, in modo da lasciar ossigenare per bene il vino, e non faccio alcun travaso come invece consigliato da Joly.

Un colore notevolmente ambrato spicca nel bicchiere, con una buona consistenza (struttura e ricchezza di alcol) data da una presenza di archetti ben sviluppata sulle pareti del bicchiere.
L'esame olfattivo è inebriante: si parte da albicocca secca, a seguire pompelmo, litchi e sbuffi di lime ci aprono le porte a sentori di canditi, lievito, per poi passare a note minerali, tra cui grafite e gesso, fino ad arrivare a note salmastre, iodate, saline. Arriviamo quindi alla parte speziata: tostatura, affumicatura, vaniglia, pepe bianco si susseguono l'un l'altro, chiudendo con un ventaglio di profumo di fiori gialli e gelsomino. Consiglio di lasciar passare qualche minuto tra un'inspirazione e l'altra, vedrete come cambiano e variano i profumi che troverete nel bicchiere!
In bocca è assolutamente sublime: secco, grande morbidezza e buona alcolicità (il titolo alcolometrico qui si sente), e con una freschezza, sapidità e corpo disarmanti!
Rotondo, opulento, largo, ti avvolge completamente il palato con una grande finezza, con una trama vellutata e fresca. Si sente che la struttura data da zuccheri, acidi, polifenoli è davvero ricca di materia e per nulla banale, sorretta da una sapidità che è una vera e propria stilettata, ma mai stucchevole, anzi elegante, che porta a sentire e sorreggere note di peperone ed in generale note vegetali e affumicate, la cui intensità è davvero notevole.

Penso che sia davvero uno dei vini più grandi che abbia mai bevuto, camaleontico nei suoi profumi e gusti, in continua evoluzione (il bello del gioco sarebbe stato avanzarne un poco per il giorno successivo, ma l'ingordigia è stata tanta, visto che la bottiglia è finita presto). Sicuramente mi metterò subito alla ricerca di qualche altra bottiglia da mettere "a riposare" per qualche anno in cantina. Esperienze simili vanno vissute più di una volta nella vita…
Ah...qualcuno mi chiede del costo di tale vino: dipende dall'annata, si va dai circa 70 € delle più recenti, fino a 120-130 € per quanto riguarda le annate più vecchie (attenzione a non confonderlo con uno dei suoi fratelli minori, sempre prodotti da Joly), ma se si hanno gli agganci giusti, si può trovare anche a qualcosa meno, e soprattutto vi assicuro che vale questi soldi!
Quindi ora siete pronti per acquistarlo e degustarlo! Poi mi racconterete la vostra esperienza "mistica" con il Clos de la Coulée de Serrant!




venerdì 10 gennaio 2020

Il quiz sul mio rione gerenzanese...il Burghett...


Mi sono divertito nel creare un quiz sul mio rione di Gerenzano, il Burghett.
Sono 101 domande alle quali, oltre agli specifici contradaioli, qualsiasi gerenzanese può provare a rispondere.
Serve, oltre che a "sbizzarrirsi" nel trovare le risposte corrette, anche a tenere viva la memoria su luoghi, fatti e persone legate a quello spicchio di Gerenzano.
Le prime cinque immagini sono le domande, le successive tre immagini sono le risposte. Ma chiaramente non andate subito a verificare le risposte, provate prima da soli a rispondere in maniera corretta!
Buon divertimento!

P.S. purtroppo la qualità delle immagini sul blog è pessima, per renderle più leggibili ho dovuto aumentarne le dimensioni, ma comunque per chi fosse interessato ad averlo in pdf, mi può contattare alla mail scagno1971@gmail.com.

DOMANDE

RISPOSTE



lunedì 6 gennaio 2020

20*C+M+B+20

Benedizione con il gesso presso Casa Carnelli a Gerenzano
Benedizione con il gesso presso Casa Carnelli a Sesto San Giovanni


Durante le vacanze della scorsa estate, trascorse scoprendo la splendida Germania, tra le varie cose viste, una in particolare ha destato la nostra curiosità: la scritta 20*C+M+B+19 fatta in gesso bianco, posta sull'architrave di molte porte d'ingresso delle abitazioni.

Abbiamo quindi chiesto lumi al proprietario di un B&B presso il quale alloggiavamo e dove era presente la scritta, ci ha spiegato che si tratta di un'inscrizione che viene posta nel giorno dell'Epifania da parte del capofamiglia, ed è una benedizione della casa e dei suoi componenti familiari. Relativamente alla simbologia della scritta, ci ha detto che i numeri 20 e 19 stanno ad indicare l'anno corrente, le lettere C, M, e B indicano le iniziali dei Re Magi (Gaspare, Melchiorre e Baldassarre - in tedesco Caspar, Melchior e Balthazar), l'asterisco rappresenta la stella cometa che ha guidato i Magi, e le tre croci indicano la croce cristiana.



Tutta questa storia mi ha particolarmente colpito, ed una volta a casa, ho provato a documentarmi su di essa tramite qualche ricerca in internet e interpellando qualche conoscente che sapevo poter aiutarmi in questa materia. E' più complessa di quanto descritto dal nostro amico tedesco (immagino che abbia semplificato molto la descrizione), e soprattutto ha più varianti.

Il denominatore comune a tutte, è che si tratta di una vera e propria benedizione della casa, che viene eseguita nel giorno dell'Epifania (dodicesimo giorno dopo Natale, facente parte dei dodici giorni santi - o anche detti notti sante, mentre in Alto Adige vengono chiamate le dodici notti del fumo, "Rauhnächte"). E' una tradizione cristiana che si svolge principalmente nei paesi di lingua tedesca, ma anche in Ungheria, Romania, Polonia e Nord America, e la troviamo anche nel nostro Trentino Alto Adige, in alcune zone del Friuli, in Lessinia e presso alcune comunità pastorali dislocate in tutta Italia (ho scoperto, per esempio, che anche la chiesa di Vanzaghello la esegue). Sono note alcune foto nel web del Papa emerito Benedetto XVI nelle quali si può notare come, sulla porta d'ingresso della sua residenza nel Vaticano, sia presente la scritta.

Tutto nasce dalla benedizione che il parroco pratica sulla porta d'ingresso della chiesa, apponendo con un gessetto la scritta 20*C+M+B+20, dove nella realtà le tre croci rappresentano la frase "nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo". Alcune scuole di pensiero indicano che le lettere siano, come detto prima, le iniziali dei Re magi (dove la C può essere sostituita con la K di Kaspar - dipende dalle zone), e questa ipotesi potrebbe essere suffragata dal fatto che la benedizione del gessetto era inserita nel nel Rituale Romanum, specificatamente per scrivere la frase sulla porta. Per altre, invece, corrisponde all'acronimo di "Christus Mansionem Benedicat" (Cristo benedica questa casa). L'anno deve essere quello appena iniziato (quindi nell'anno successivo bisognerà aggiornare il numero finale), e l'asterisco è, come detto prima, la Stella Cometa che ha guidato i Magi al Bambin Gesù (anche se non tutti disegnano l'asterisco, ma lo sostituiscono con un'altra croce).

A questo punto il parroco benedice dei gessetti che sono poi distribuiti agli Sternsinger (i Cantori della Stella) o anche detti Caroler, gruppi di ragazzi e adulti travestiti da Re Magi, i quali intonano canti tradizionali (Dreikönigslieder). Essi passano di casa in casa ad apporre la benedizione sull'uscio di casa, ricevendo in cambio offerte a scopo benefico, dolci o doni.

E' comunque reale (e probabilmente anche più diffusa), la versione che mi diede il proprietario del B&B. La scritta della benedizione può apporla di casa in casa, oltre che gli Sternsinger, anche il parroco, ma nelle località dove queste figure non giungono, la può apporre il capofamiglia seguendo questo rito (in realtà, come detto in precedenza, vi sono svariate tipologie di questa benedizione, altre le indicherò di seguito).
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Benedizione della casa nel giorno dell'Epifania con il gesso

Come accennato prima, per apporre la scritta bisogna avere un gessetto e dell'acqua benedetti. Ci si reca quindi dal parroco per farseli benedire. Una curiosità: nelle zone dell'Alto Adige fanno benedire anche dell'incenso e del sale. Il sale è messo nell'acqua benedetta per non farla gelare, perché loro hanno temperature sicuramente più basse.
Questa particolare benedizione venne inserita nel Rituale Romanun, denominata Benedictio Cretae. Di seguito potete vedere delle immagini e descrizioni relative a questa benedizione presenti proprie in alcune edizioni del Rituale Romanum.

 
 
La traduzione della benedizione descritta è la seguente:
 
V/. Il nostro aiuto è nel nome del Signore
R/. Che ha fatto il cielo e la terra
V/. Il Signore sia con voi
R/. E con il tuo spirito

Benedici, Signore Dio, questa terra (o questo gesso) tua creatura: perché abbia un salutare effetto per il genere umano; e concedi, per invocazione del tuo santissimo nome, che chiunque l'avrà gustata o con essa avrà scritto sulle porte di casa sua i nomi dei tuoi santi Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, per la loro intercessione e i loro meriti, riceva la salute del corpo e la protezione dell'anima.
Per Cristo nostro Signore
Amen

Si asperge poi il gessetto di acqua benedetta.

Alcuni indicano la possibilità di benedire il gessetto anche da parte del capofamiglia, senza ottenerla dal parroco (personalmente questa soluzione la scarterei, preferisco che siano benedetti da un sacerdote). Comunque la formula e preghiera non differiscono molto da quella sopra citata.

Benedizione "casalinga" del gessetto
Capofamiglia Il nostro aiuto è nel nome del Signore
Famiglia Che ha fatto il cielo e la terra
Capofamiglia Il Signore sia con voi
Famiglia E con il tuo spirito
Capofamiglia Preghiamo
L'amore di Dio benedica questo gesso che ha creato, sia di aiuto alla nostra gente, e per il suo Santo Nome, per i suoi Santi Gaspare, Melchiorre e Baldassarre che scriveremo sulla porta della nostra casa, il Signore interceda perché questa casa riceva la salute del corpo e la protezione dell'anima di chi la abita e di chi la visita.
Per Cristo nostro Signore
Amen


A questo punto, segue la benedizione della casa, ponendo sull'architrave la scritta 20*C+M+B+20 e pronunciando questa frase:

I tre Re Magi, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, hanno seguito la stella del Figlio di Dio che si è fatto uomo duemilaventi anni fa. Il Signore benedica questa casa e ci accompagni in questo nuovo anno.
Amen


Si asperge successivamente di acqua benedetta l'ingresso di casa.

Il sito Benedicaria, che tra l'altro si occupa di credenze popolari e tradizioni, indica invece il seguente passo del Vangelo da recitare durante l'apposizione della scritta:

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,1-3;14)
In principio era il Verbo, (scrivere: 2)
e il Verbo era presso Dio (scrivere: 0)
e il Verbo era Dio. (scrivere +)
Egli era in principio presso Dio. (scrivere: C)
Tutto è stato fatto per mezzo di lui, (scrivere: +)
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. (scrivere: M)
E il Verbo si fece carne (scrivere: +)
e venne ad abitare in mezzo a noi; (scrivere: B)
e noi vedemmo la sua gloria, (scrivere: +)
gloria come di unigenito dal Padre, (scrivere: 2)
pieno di grazia e di verità.
(scrivere: 0)

(la casa viene aspersa di acqua benedetta ed incensata)  

A seguire si recita quindi la seguente preghiera:

 Ti chiediamo, Signore, di benedire questa casa e quanti vi vivono. In questa casa regnino sempre amore, pace e perdono. Concedi alle persone che la abitano sufficienti beni materiali e abbondanza di virtù; siano accoglienti e sensibili alle necessità altrui; nella gioia ti lodino, Signore, e nella tristezza ti cerchino; nel lavoro trovino la gioia del tuo aiuto, e nella necessità sentano vicina la tua consolazione; quando escono, godano della tua compagnia, e quando tornano sperimentino la gioia di averti come ospite; questa casa sia davvero una chiesa domestica in cui la Parola di Dio sia luce e cibo, e la pace di Cristo regni nei cuori di chi la abita fino ad arrivare un giorno alla tua casa celeste. Per Cristo, nostro Signore
Amen

Volendo si può terminare la benedizione con un Padre Nostro.

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Altre formule possono essere le seguenti:

Benedizione della casa nel giorno dell'Epifania con il gesso in uso nell'altopiano del Renon


Benedizione della casa nel giorno dell'Epifania con il gesso in uso presso la Parrocchia di Ponte dei Nori (VI)



Benedizione della casa nel giorno dell'Epifania con il gesso in uso presso la Parrocchia di Vanzaghello (MI)

A Vanzaghello forniscono anche una lavagnetta su cui scrivere 20*C+M+B+20, da applicare sull'architrave
Immagine tratta dal sito dell'Abbazia di Santo Stefano - Genova

Sono state preparate delle bustine contenenti gessetto e istruzioni per la benedizione della casa nel giorno dell'Epifania, da distribuire ai fedeli dopo la Santa Messa odierna
Inutile dire che sono rimasto molto affascinato da questa tradizionale benedizione, e pur non essendo tipica delle nostre zone, ho voluto eseguirla stamane a casa, come potete vedere dalle due foto in apertura dell'articolo (ho provveduto a far benedire i gessetti e l'acqua). Spero possa essere di buon auspicio per questo nuovo anno...

P.S. rimanendo in tema di tradizioni, ma stavolta locali, vi rammento che in passato, nelle nostre zone (alto milanese) e Brianza, lo scambio dei doni avveniva nel giorno dell'Epifania, e non a Natale. Ricordatevi quindi di fare un piccolo regalino ai vostri cari anche in questo giorno, e nella notte precedente la festività, di porre sul davanzale della finestra acqua, pane e fieno per i cammelli dei Magi!
Inoltre non può mancare sulle nostre tavole quello che negli anni è diventato il dolce tipico dell'Epifania nel Varesotto, il cammello di pasta sfoglia.
E se è vero che l'Epifania tutte le feste porta via, non scordiamoci che tra una decina di giorni saremo pronti a bruciare il falò di Sant'Antonio, dove nella questua della legna andrà intonato il seguente testo:

Tòni, Tòni, brüsa la barba
Tòni, Tòni, brüsa ul barbìn
Nüm sem chì, bulèta sparà
Ma sant'Antoni al va unurà.
Tòni, Tòni, brüsa la barba
Tòni, Tòni, brüsa ul barbun!


Fonti:
Testimonianze orali e scritte di conoscenti
Parrocchia di Ponte dei Nori
Parrocchia di Vanzaghello
https://www.sternsinger.de/
https://blog.libero.it/benedicaria/
https://shema.it/
https://www.cantualeantonianum.com/


mercoledì 20 febbraio 2019

Futuri articoli e pubblicazioni...

Sono stato fermo "ai box" negli ultimi anni, a causa di molteplici impegni, ma ora è il momento di tornare alla mia passione, Gerenzano e il suo passato ! Sarà un lavoro lungo, ma l'entusiasmo non manca mai...

- Rimembranze gerenzanesi volume I - prossimamente verrà eseguita la stampa di circa 200 copie, assieme alla ristampa del volume II
- Stesura "Vocabolario Gerenzanese - Italiano e relativa grammatica", iniziato già anni fa da mio padre (alcuni stralci sono stati pubblicati nel volume II di Rimembranze gerenzanesi), verrà completata l'opera
- Stesura libro "Vita contadina gerenzanese tra settecento e novecento: la gelsibachicoltura, il mais, il fieno, la stalla, la vite e il vino"
- Rubrica "Personaggi di Gerenzano"
- Rubrica "Le aziende storiche gerenzanesi"
- Vari articoli sulle tradizioni e su vecchi luoghi gerenzanesi
- Restauro della sirena della N.I.V.E.A.
- Sorprese "ludiche" a tema gerenzanese


e tante altre cose, relative a viaggi, vino, cibo, etc...

lunedì 16 aprile 2018

Visita alla Casera dello Storico Ribelle...


Arriviamo a Morbegno, lasciamo il paese e ci inerpichiamo con l'auto sulla ripida e tortuosa strada che conduce in Val Gerola. Il tempo è nuvoloso, nubi minacciose ci accompagnano durante il tragitto che ci porta a Gerola Alta, meta della nostra "gita fuoriporta". Le cime delle montagne che ci circondano sono innevate, l'aria frizzante ci fa rimpiangere la temperatura del fondovalle, ma quello che ci aspetta farà scordare tutto questo: siamo finalmente pronti a entrare e visitare la famosa Casera dello Storico Ribelle!

Ma facciamo un passo indietro. Da amante della buona cucina, anni fa mi interessai alla diatriba scoppiata tra i produttori di uno dei più grandi formaggi italiani, il Bitto, tanto è vero che affrontai già l'argomento sul mio blog qualche anno fa in occasione del resoconto di un'altra gita valtellinese (http://limoscena.blogspot.it/2013/04/il-bitto-ribelle.html), e documentandomi tramite il bellissimo libro "I Ribelli del Bitto" di Michele Corti. Non volendo ripetermi e lasciando al precedente articolo linkato la breve spiegazione di ciò che successe (e prosegue ancora oggi a suon di avvocati e sentenze) alla produzione del Bitto, e da cultore delle tradizioni locali e delle loro usanze, è inutile dire da che parte mi sono schierato: I LOVE STORICO RIBELLE. Storico Ribelle che non è nient'altro che il Bitto prodotto secondo gli antichi saperi dei pastori della Val Gerola, valle deputata alla produzione di questo buonissimo formaggio. Esso è prodotto ancora sotto i calècc, tipici ripari con muretti a secco coperti da una tenda, sotto i quali viene fatto bollire il latte nella "culdera" in rame, per poi ottenere la forma di formaggio. La legge ha purtroppo imposto a questi produttori di non potersi più fregiare del nome Bitto, e quindi sono stati costretti a cambiarlo in Storico Ribelle, nome che evoca tradizione e spirito libertino, ma la verità è che essi producono il Bitto vero, quello più buono, quello la cui "ricetta" è tramandata da generazione in generazione, tanto è vero che è stato riconosciuto come Presidio Slow Food!

Bene, in questi anni ho avuto un unico problema con lo Storico Ribelle: la sua reperibilità! Difficilmente dalle nostre parti si trova, è molto più comune reperire il classico Bitto della "concorrenza". Ho quindi deciso di tagliare la testa al toro: recarmi direttamente alla fonte della produzione, ovverosia il famoso Centro dello Storico Ribelle, dove è possibile visitare la Casera (la cantina di stagionatura), effettuare degustazioni e non per ultimo, fare acquisti. Ragion per cui, con gli amici di sempre (purtroppo però parecchi causa altri impegni non sono potuti venire), abbiamo organizzato la visita al Centro di Gerola Alta.

Ok, si entra: all'ingresso una spaziosa sala con tavoli apparecchiati porta già la mente (e soprattutto il palato) all'idea di assaporare lo Storico. A sinistra vi è un piccolo ma ben fornito bancone di vendita, dove i formaggi sono disposti in bella mostra. L'accoglienza è molto cordiale, e capendo la nostra curiosità che ci ha spinto fin lì, non ci fanno perdere altro tempo: in cantina ci aspetta Paolo Ciapparelli in persona!

A sinistra Paolo Ciapparelli
Per chi non lo sapesse, egli è il vero guru e deus ex machina dello Storico. E' lui che bisogna ringraziare per aver difeso la produzione tipica di questo formaggio, a lui si deve il fatto di aver raggiunto grandi livelli qualitativi e organolettici, e sempre grazie a lui lo Storico è stato riconosciuto come Presidio Slow Food.
Una breve scala ci conduce all'ingresso del "Paradiso": forme e forme di Storico sono intorno a noi, emanando un profumo intenso, inebriante, e tra esse si staglia la figura di Paolo!
Si riconosce subito che è una persona di "montagna": schietto, orgoglioso, vero, loquace e diretto quanto basta, ci introduce nella Casera dopo un breve accenno di presentazione sulla sua figura e su come si è arrivati allo Storico Ribelle.
Ma non basta, chiaramente il protagonista è il formaggio, e quindi siamo tutti curiosi di saperne di più sulla sua produzione, cosa cui Paolo non si esime dal fare.
Prodotto esclusivamente nell'alta Val Gerola nel periodo estivo, da cui è ottenuto da latte di vacca di razza bruno alpina e da capre di razza orobica, è lavorato direttamente in alpeggio sotto i famosi "calècc". Dopo una doppia bollitura a diverse temperature, è estratta la pasta che sarà poi messa nelle fascere, dando la forma tipica tonda e schiacciata al nostro formaggio. Le forme, dal peso medio di circa 10 kg, sono poi trasportate a Gerola Alta nella cantina di stagionatura, dove può rimanere a stagionare per svariati anni.

 
Le spiegazioni di Paolo continuano...
Cantina che si divide in tre locali.
Sulla sinistra troviamo la parte dedicata alla stagionatura del formaggio denominato Latteria (trattasi dell'altro famoso formaggio valtellinese Casera, al quale non vogliono dare lo stesso nome per non avere ulteriori problemi anche su questa linea di prodotto).

Il Latteria
Nel locale centrale della Casera troviamo lo Storico destinato alla vendita alla piccola/media distribuzione, tra cui troviamo anche le forme personalizzate destinate a Peck o ad altri importanti negozi o addirittura lussuosi hotel stranieri. Poste su più ripiani grezzi ottenuti da abete (volutamente così lavorati per assorbire l'umidità del formaggio) e suddivise in base al produttore (attualmente sono 12), le forme riposano perfettamente allineate e distanziate tra loro. Ogni giorno vengono accuratamente spazzolate e ben ripulite.

Una delle forme di Peck


Uno dei produttori, Alpe Soliva...
Campanaccio appeso al soffitto...
Nell'ultimo locale della casera troviamo invece a stagionare le forme vendute con dedica personalizzata: in pratica, qualsiasi persona può acquistare una forma intera di Storico e personalizzarla graficamente a suo piacimento. E' una geniale trovata di marketing ideata da Ciapparelli. Ogni anno circa 180 forme sono vendute con questo metodo, e l'idea ha talmente riscosso successo che ora, bisogna mettersi in lista d'attesa già per il prossimo anno per potersene accaparrare una.








La culdera...
Finisce qui la nostra visita alla Casera, ma torniamo al piano superiore per la degustazione di rito. Siamo fatti accomodare a un tavolo, e nel giro di qualche minuto arrivano dei taglieri con vari assaggi: nella foto sottostante, da sinistra a destra, troviamo il Muntascin, formaggio fresco, Latteria, Storico 2017 e Storico 2016. Ad accompagnare il tutto scelgo personalmente una bottiglia di AR.PE.PE., uno dei miei produttori preferiti, e la scelta ricade su "Il Pettirosso", Nebbiolo (Chiavennasca per la precisione) in purezza, di cui ho fatto qualche mese fa una recensione che potete leggere qui.



L'allegra compagnia...
Una "pènagia" esposta in sala...
Sgabelli monopiede da mungitura appesi alle pareti...
Inutile dire che gli assaggi sono stati deliziosi, un crescendo di gusto e complessità notevoli, passando dal magro Muntascin al più compatto Latteria, arrivando allo Storico 2017, che seppur giovane denota già un gusto e olfatto ben deciso e delineato, finendo con l'annata 2016 in cui si riconosce nella sua totale grandezza questo tipo di formaggio, ritrovando solidità e pastosità, eleganza, profumo e un gusto di notevole marcatura. Chicca finale l'assaggio portato a parte di uno Storico annata 2012: siamo su un altro pianeta ancora, stupefacente, ma con una simile stagionatura si allontana dalla tipologia e caratteristiche di questo formaggio.

Con l'acquisto di qualche pezzo di Storico d'annata e di Latteria, termina la nostra visita alla Casera dello Storico Ribelle. Visita davvero molto interessante, che consigli a tutti, amanti della buona tavola e non, soprattutto perché viene valorizzata in questo luogo una tradizione che non deve essere assolutamente perduta, ma anzi fatta conoscere e portata avanti!

La degustazione ha immancabilmente aperto un languorino allo stomaco. Ma siamo stati previdenti, e seppur non sia dietro l'angolo, abbiamo prenotato un tavolo presso il ristorante "Da Nello" a Ponte in Valtellina. Conoscevo già questo ristorante perché avevo avuto occasione di pranzare durante un'uscita di lavoro, consigliato direttamente da gente del posto, è il classico ristorante alla mano, un poco datato come arredamento e locali, ma la cucina è davvero superba!
E anche questa volta le "sciure" della cucina non si sono smentite: antipasto di salumi della casa, sciatt a volontà, pizzoccheri squisiti a non finire, sorbettino al Braulio, dolcetto e amaro!
Alcune immagini del ristorante "Da Nello", noterete la mancanza di foto dei piatti a causa della mia voracità, che non mi ha fatto pensare di immortalare almeno un piatto di pizzoccheri...

Una delle arcate caratteristiche del ristorante...

Foto del ristorante appese alle pareti...

La tavolata...

Ponte in Valtellina visto dal ristorante...

La ricetta dei pizzoccheri del ristorante...

Cime innevate viste dal ristorante...
Alla fine lasciamo l'amata (soprattutto per me) Valtellina rituffandoci nel caotico traffico della pianura, ma consapevoli di aver passato una giornata stupenda in ottima compagnia, andando alla scoperta di realtà enogastronomiche di eccellenza poste sul territorio lombardo!

sabato 6 gennaio 2018

Il Pettirosso della Valtellina...

E' da molto tempo che non scrivo in maniera assidua sul mio blog... famiglia, lavoro, impegni e tante altre attività mi hanno portato negli ultimi due anni ad avere poco spazio per occuparmi di esso.

Ma come un uccello migratore, il quale ogni anno percorre migliaia di chilometri in un lungo viaggio che lo porta ad attraversare paesaggi, luoghi e climi diversi, ma che alla fine torna sempre nel luogo di nascita, ecco che anch'io ritorno a scrivere sul blog.
E voglio farlo parlando di un simpatico "volatile" che troviamo comunemente in autunno e inverno nei nostri giardini: il Pettirosso!

Ma qualcosa non torna... il Pettirosso che stavolta ho incontrato io è arrivato direttamente dalla Valtellina, e si è posato ormai da qualche anno nella mia cantina a riposare! E' forse giunto il momento di svegliarlo e riportarlo alla luce...

Spero che abbiate capito che il protagonista di questo mio articolo non è il pennuto dal petto rosso-arancio, ma uno dei vini della mia cantina valtellinese preferita, la rinomata AR.PE.PE., la quale produce un vino rosso il cui nome è proprio "Il Pettirosso" !

Il Pettirosso IGT Terrazze Retiche di Sondrio IGT
Annata 1997
Titolo alcolometrico 12,5%
Lotto 5 194
Uvaggio Nebbiolo
Produttore Cantina AR.PEP.PE. Arturo Pelizzatti Perego

Quindi il Pettirosso della mia cantina è un "semplice" Terrazze retiche. Forse non dovrei avere grandi aspettative da questa bottiglia, seppur io sia amante della Chiavennasca in tutte le sue sfaccettature. Però in questo caso il "manico" conta, e se il manico è quello della famiglia Pelizzatti Perego, si può essere certi che passando dal loro Grumello Buon Consiglio, al Sassella Vigna Regina e Rocce Rosse, dall'Inferno Fiamme Antiche fino ad arrivare al "mio" Pettirosso IGT siamo davanti in qualsiasi caso a grandi vini (ed ho tralasciato altre eccellenti loro etichette)...
Non mi resta che assaggiarlo...

Sull'etichetta posta sul retro della bottiglia si legge che nell'annata 1997 (definita eccezionale dallo stesso produttore), ne sono state prodotte 14.660 bottiglie, ottenute da grappoli selezionati e successivamente affinato per quattro anni in botti di rovere. Abbinamenti indicati sono carni rosse, selvaggina, formaggi di media e lunga stagionatura (qui un bel Bitto o Casera la farebbero da padrone)...


Un colore granato scarico con riflessi aranciati e una grande consistenza "illuminano" e rendono vivo il bicchiere, da cui sono sprigionati molteplici profumi: marasche, ciliegie sotto spirito e prugne rosse sono la parte fruttata del bouquet aromatico di questo vino, per poi immergersi in un mare di note speziate e mentolate, dove ritroviamo cannella, china, rabarbaro, pepe nero, liquirizia, tabacco affumicato, caramello e vaniglia.


In bocca è setoso, avvolgente, largo, forse non "magro" come mi aspetterei da un Nebbiolo valtellinese, proseguendo con una buona alcolicità smussata da freschezza e sapidità, con dei tannini rotondi, ben svolti, e con sentori di cioccolato e caffè che invadono e gratificano il palato.
Un vino che non smentisce la bravura del produttore e la vocazione del territorio nella produzione di grandi bottiglie... equilibrio, ottima persistenza e armonicità concludono le sensazioni gusto-olfattive di questo meraviglioso vino...

E di sicuro non poteva essere abbinato che a un grande e classico piatto della cucina di Casa Carnelli: ossobuco di vitello con funghi porcini in umido, questi ultimi bottino delle uscite autunnali dello scorso anno. Profumo, aroma e consistenza dei porcini e sono stati ottimamente equilibrati da corpo, morbidezza, tannicità e intensità del vino, le quali hanno egregiamente accompagnato anche dolcezza, succulenza e aromaticità di carne e intingolo.


Un matrimonio perfetto tra un grande vino e un grande piatto della tradizione lombarda, che si rivela uno dei migliori modi per iniziare questo nuovo anno...